PRESENTAZIONE

 

La biografia, a firma P. Luigi Toscano, ha il sapore francescano dei «fioretti». Sapore che ben si adatta alla figura di Gaetano Errico, che della vita francescana ha subito il fascino. Sapore che rende anche bene la gioia e il coinvolgimento di un rapporto speciale, vissuto dall’autore nei confronti del Fondatore.

A questa simpatica e cristiana esigenza di mettere in comune la gioia e la conoscenza di un padre tanto amato, si aggiunge un elemento che caratterizza questa biografia e la rende preziosa: il linguaggio. Piano, discorsivo, popolare, «missionario». A testimonianza che una delle lezioni più importanti del fondatore è stata recepita alla perfezione.

La vita dell’Errico è «popolare» nel senso più completo del termine: perché centrata su un quotidiano modesto, perché vissuta assieme al popolo, cui è stata regalata con straordinaria generosità, perché la partecipazione del popolo alla sua avventura di prete, di costruttore di chiese, di fondatore e di santo è stata totale, corale. Una strepitosa «sceneggiata», che solo dalle parti di Napoli può uscire dagli schemi della rappresentazione e diventare storia reale.

Effetto tanto più sorprendente, in quanto il contesto, – descritto dalla storia ufficiale che di don Gaetano non sa nulla per un’irreversibile miopia – in cui la vicenda di don Gaetano (1791-1860) si svolge non è particolarmente favorevole allo sviluppo della santità. Si tratta di un momento storico di grande confusione politica, sociale, culturale ed economica: in Italia si sta perpetrando, con il pretesto dell’unità, la spaccatura in due del paese; il potere dell’aristocrazia diventa sempre più formale, mentre diventa reale (ma poco efficace) il potere della borghesia degli affari e della cultura; di fatto il vuoto di potere fa spazio ai partiti, alle fazioni, alle sette, alle forme più o meno organizzate di delinquenza. Un periodo di transizione, pesantemente colorato di anticlericalismo e di violenza.

L’entrata in questa scena di don Gaetano è di basso profilo: vive nel suo paese, in casa sua, a diretto contatto con la realtà quotidiana dei suoi concittadini; pensa che non si dia alcun reale cambiamento (rivoluzione) che non sia cambiamento culturale; ritiene che la religione sia uno strumento efficace di progresso umano e sociale e ad essa aggiunge l’istruzione, facendo il maestro di scuola. Rinuncia a fare il professore, perdendo i privilegi sociali ed economici di una corporazione, oggi di nuovo alla ribalta.

Tutti ingredienti che sembrerebbero destinarlo a un ruolo di contorno, se non fosse che un giorno si mette in cammino, con una croce sulle spalle. Attraversa paesi e città, supera colline e montagne, entra nelle case e nelle bettole, trascina folle sempre più numerose in chiesa. E quello che più conta, mette in ginocchio tutti: uomini e donne, popolani e potenti, carbonari e reazionari, banditi e ragazze in fiore.

Questa folla dimezzata, in ginocchio, e dall’aria penitente, sembra una massa inerte, facile da manovrare, ma in realtà ha in sé una carica di innovazione, di impegno e di speranza da meravigliare. Don Gaetano ci dimostra che con la predicazione e la confessione si può cambiare l’uomo. In questo libro si raccontano molti fatti legati alla pratica della confessione e della predicazione di don Gaetano. Si tratta di due attività inserite in una strategia di evangelizzazione, centrata sulla missione al popolo, sulla missione continua. Don Gaetano è un confessore, un predicatore e un testimone itinerante della salvezza. Copia accuratamente lo stile del Vangelo: Gesù non aspetta che la gente venga da Lui, la va a cercare o indica loro dove possono trovarlo e li invita ad andare a vedere. Per questo non ha bisogno di chiese da riempire e gli sta bene di vivere in un tempo in cui Dio si adora in spirito e verità.

Mi piace evidenziare come l’approccio di don Gaetano alle diverse popolazioni, coinvolte nelle «missioni», sia di eccezionale attualità. C’è una vera e propria strategia di marketing nella sua azione religiosa, che parte dall’analisi del settore, individua il target preciso (le persone più bisognose di recupero morale e religioso), elabora il messaggio e il mezzo per veicolarlo (la predica, la processione, la flagellazione in pubblico), ottenendo il risultato tipico di questa strategia: la modifica del comportamento.

La formula comunicativa adottata da don Gaetano è modernissima, tipicamente televisiva (anche se non impiega le tecnologie di oggi). Essa incide infatti sull’organizzazione del tempo giornaliero delle persone: la missione prevedeva una serie di appuntamenti giornalieri, che non venivano elusi, se il conduttore sapeva essere convincente e affascinante. Don Gaetano lo era e la gente non perdeva una puntata, né a Secondigliano, né negli altri paesi toccati dai suoi tour missionari.

In lui colpisce anche una curiosa sociologia della salvezza, secondo la quale i destinatari privilegiati della missione sono i poveri. E tra i poveri quelli da accudire meglio sono i maschi, che è una concessione al maschilismo, ma anche un’elaborazione efficace di un luogo comune, che attribuisce al maschio, nel bene come nel male, un ruolo di preminenza. Preminenza che deve essere per lo meno presa in considerazione, se si vuole cambiare qualche cosa. Si potrebbe anche dire che dopo tanti anni di strane idee sulle donne, causa e fomite di peccato, c’è un santo che ha deciso che non solo le donne non attirano al peccato, ma che i peccati che esse stesse compiono hanno meno rilevanza di quelli maschili.

Noi ne siamo più che convinti.

Don Gaetano entra anche in contatto con associazioni a delinquere: a quei tempi si andava dal brigantaggio alla camorra. Ma anche carbonari e settari vari non scherzavano sul piano della devianza. Don Gaetano li porta spesso a deporre le armi. In tutti i casi non concede loro alcuna attenuante. Se vogliono essere accettati, devono convertirsi, cambiare vita. Mediazioni non sono concesse. Il che destituisce di fondamento l’etichetta di reazionario o di conservatore, che gli viene affibbiata – ha sicuramente delle simpatie monarchiche – per il semplice motivo che la sua cultura di base è squisitamente rivoluzionaria, nelle premesse e negli obiettivi. Ad esempio, trovo molta «pedagogia degli oppressi» nel modo di fare di don Gaetano, se non addirittura influenze metodologiche della teologia della liberazione. I lettori non si spaventino, mi riferisco solo al fatto che don Gaetano faceva scuola e catechismo. E questo significa dare la parola ai poveri. Che è il senso di quei due termini complicati sopra riportati.

L’impianto culturale di don Gaetano mette al centro l’etica. Mancano 150 anni ai nostri tentativi di coniugare etica ed economia, etica e politica, etica e tecnica. Come maestro e sacerdote, egli insegna l’etica, ma gli interessa molto di più la traduzione morale dei principi, la loro applicazione nella vita di ogni giorno. Ed ecco il confessore.

La confessione pare stia tornando di «moda», ma forse non è questo ciò che ci avvicina don Gaetano. È il suo metodo di amministrare la confessione che lo fa un uomo dei nostri giorni. Da confessore non si limita ad osservare il peccatore a distanza, non analizza il comportamento del penitente e non gli basta comminare la pena e suggerire la cura (come un tecnico dell’anima o un dispenser della Grazia). Don Gaetano si coinvolge nell’esperienza del peccatore, entra a far parte della sua ricerca di salvezza. Gli dà, in altre parole, l’esatta percezione di far parte della sua condizione e del processo di conversione al quale lo invita. Non guida le anime a distanza, come un tecnico, ma condivide con loro la fatica della ricerca, il disagio della sofferenza, l’umiliazione dell’errore e del limite. Non gli elargisce il perdono, come un servizio reso in proprio, a confronto di un’adeguata ricompensa di sottomissione e di penitenza (come purtroppo usano fare alcuni confessori anche oggi). Ma gli impartisce l’assoluzione, come opportunità di diventare quello che è. Non tratta il peccato come sintomo, ma come limite, che si può superare. Peccato come ”felix culpa”, dunque.

Il confessore e il predicatore sono due aspetti della stessa strategia comunicativa ed evangelizzatrice, il cui scopo è incidere sul sistema di relazioni, che le persone vivono in famiglia, sul lavoro, in paese, nella società. Tutto ciò ha una grande valenza politica, come ben intuiscono i vari esponenti del potere, ma don Gaetano, come tanti altri preti e laici meridionali, si tiene lontano dallo schierarsi con questo o quel partito, con questa o quella organizzazione. La sua azione sociale è colorata d’assistenzialismo, d’umanitarismo, di carità cristiana, ma sicuramente non rappresenta una tattica politica. La dimensione spirituale e mistica prevale su quella sociale.

È interessante, per quanto ne capisco io, vedere come i santi sociali del Nord (a parità di impegno spirituale, di preghiera, di penitenza e di esperienza mistica) cerchino anche di premere sul potere costituito, sfruttino il conflitto sociale per affermare i diritti umani della giustizia e dell’uguaglianza. I santi sociali del Sud, invece, sembrano privilegiare la dimensione spirituale, la sopportazione, la resistenza, l’adeguamento.

Una distinzione certamente forzosa che intende solo mettere in risalto come, in entrambi i fronti, si faccia evangelizzazione con le persone che si hanno: don Gaetano Errico conosce troppo bene la povertà culturale, spirituale, economica, politica, psicologica della sua gente, chiusa da sempre in rapporti di potere e di dipendenza asfissianti, per cui ha temperamento per salire sulle barricate e combattere con disperato coraggio, ma non ha strumenti e parole, referenti e significati per progettarsi un modo di vivere diverso. A don Gaetano hanno sparato e teso agguati più volte. È vissuto sopra una polveriera.

Io penso che queste chiavi di lettura servano a leggere la vicenda di don Gaetano con la sensibilità di oggi, cogliendone l’attualità senza tradirne la fresca originalità. Gaetano Errico ci viene proposto solo oggi dalla Chiesa, a distanza di oltre 140 anni dalla sua morte, per una qualche ragione molto pratica. È un santo che ha saputo vivere e interpretare una fase di transizione con straordinaria creatività, spostando la sua attenzione dagli strumenti ai significati.

Oggi che di strumenti ne abbiamo più di quanti riusciamo a gestire, è giocoforza che ci rivolgiamo a chi ha imparato a fare la storia con i significati, non con i manufatti o le tecnologie, per uscirne. E se don Gaetano suggerisce che la soluzione sta in una missione del cuore, inteso nella sua versione maschile e femminile, come nella versione sacra dei Sacri Cuori, è molto probabile che ciò risponda al nostro reale fabbisogno.

Del resto, la missione dell’intelligenza, come la missione della scienza e della tecnica, hanno preso strade diverse da quelle che portano all’umanizzazione delle persone. La missione della coscienza si è arenata all’interno dell’individuo e non riesce a metterlo in contatto con il mondo. La missione dell’anima ci ha spaccato in due: spirito da una parte e corpo dall’altra.

Non ci resta che la missione del cuore. L’ipotesi è presa in considerazione anche da molti laici. L’esperienza di Gaetano Errico, che della missione del cuore ha fatto lo scopo della sua vita, è quanto mai pertinente e mi auguro che la lettura della sua vita convinca molti a parteciparvi.

 

Prof. Giampaolo Redigolo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo bambino farà un’opera in Secondigliano

 

È la fine del secolo XVIII.

Il parroco, don Cataldo Pumpo, invita alcuni missionari nella sua parrocchia dei santi Cosma e Damiano, in Secondigliano, per la preparazione al prossimo giubileo del 1800.

Ci sono confusione e smarrimento tra la gente per le novità politiche, sociali e culturali, provenienti dalla Francia, dove la rivoluzione del 1792, deposta la monarchia, ha instaurato il regime repubblicano. L’accanimento è, soprattutto, contro la Chiesa cattolica. Si proclamano, infatti, come nuova religione la ragione e la natura. È l’ateismo.

Le nuove idee rivoluzionarie si estendono con le conquiste territoriali della nuova Repubblica in molti Stati d’Europa, compreso il Regno di Napoli. L’illuminismo, il giansenismo, la massoneria sono i movimenti ideologici, che condizionano il pensiero filosofico e teologico del tempo, creando tra la gente, specialmente la più umile, confusione e sgomento. Per questo, poiché da parte dei fautori della svolta politica e culturale, la Chiesa sembra il nemico numero uno da abbattere, i pastori di anime non stanno a guardare e alzano barricate contro le nuove dottrine.   A Napoli, accanito oppositore alle novità che vengono da oltralpe è S. Alfonso. I Padri invitati per la missione a Secondigliano appartengono proprio alla nuova Congregazione del SS. Redentore, fondata dal Santo per contrastare il diffondersi di tanti errori, istruendo nella fede le categorie più ignoranti, quelle della campagna. Così sacerdoti e missionari, per difendere il gregge, si danno un gran da fare, girando di paese in paese, per confermarlo nella fede, per cui una missione popolare costituisce un momento di grazia del Signore per la comunità parrocchiale.

Le buone mamme portano i piccoli in chiesa per la benedizione dei sacerdoti. “Zi Maria” accompagna anche il suo piccolo e chiede di benedirlo. Il bambino guarda il sacerdote, grosso e austero, incuriosito ed anche meravigliato. Il P. Rispoli, così si chiama, fissa il piccolo, gli pone la mano sul capo e dice alla mamma:

“Questo fanciullo sarà sacerdote, un grande predicatore, si segnalerà per santità e farà un’opera in Secondigliano”. Il bambino è Gaetano Errico.

Egli nasce il 19 ottobre 1791 da Pasquale e Maria Marseglia in Secondigliano. “Lui” è di Miano, ma i suoi provengono da Frattamaggiore; “lei” di Secondigliano. Il giorno 17 aprile nella chiesa di S. Carlo, al Corso Secondigliano, località detta “sul Ponte”, celebrano il loro matrimonio, dal quale nascono nove figli, cinque maschi e quattro femmine. Gaetano è il secondogenito. Pasquale e Maria, ambedue ottimi cristiani, godono buona fama nel paese, dove tirano avanti la numerosa famiglia con il loro onesto e artigiano lavoro: il primo gestisce una piccola fabbrica di maccheroni e l’altra tesse la felpa. Sono attenti nell’educare, prima con l’esempio e poi con la parola, nella fede cristiana i figli, che hanno battezzato appena nati. I paesani, che li ricordano, quando Gaetano è adulto, esclamano: “ Per aver un altro don Gaetano, è necessario che vi siano un altro “Zi Pasquale” e un’altra “Zi Maria”. “Zi Pasquale”, così lo chiamano in paese, si dedica alla fabbrica di maccheroni e, quando questa va male, si fa anche nervoso, per cui qualche volta molla qualche schiaffo di troppo anche al piccolo Gaetano, senza che abbia commesso alcuna mancanza. Ma è un uomo buono e tenero. Suo nipote Beniamino racconta che non solo non si lasciava mai sfuggire l’occasione per esortarlo alla preghiera del mattino e della sera, ma, andando con lui a passeggio e incontrando qualche immagine di Gesù Crocefisso o della Madonna, l’alzava e lo invitava a baciarla.

Una volta, parlando in famiglia, dice che morirà senza le campane, perché vuole morire senza folla e senza dare disturbo. Il 28 marzo 1834, quando muore, è venerdì santo e le campane non possono suonare. “Il padre di don Gaetano era un uomo dabbene, ma la madre era assai più virtuosa e caritatevole” è l’elogio che fa la gente, quando, il 19 aprile del 1837, muore anche “Zi Maria”.

Gaetano, bambino, ama andare in chiesa con la mamma, imita i grandi, presentandosi davanti al confessore per la benedizione; s’inginocchia davanti al SS. Sacramento con tanta devozione che la gente lo guarda ammirata.

All’età scolastica frequenta le lezioni di due sacerdoti, don Giovanni Tagliamonte e don Michelangelo Vitagliano, i quali, poiché si applica con impegno e serietà nello studio non solo si congratulano con i genitori, ma lo incaricano di badare all’ordine nella loro assenza e gli affidano qualche compagno più debole scolasticamente. Il tempo che avanza allo studio lo occupa a fare altarini, imitando le funzioni della Chiesa e spesso i familiari lo vedono in un cantuccio inginocchiato a pregare.

In parrocchia, che frequenta assiduamente, aiuta per le pulizie, a preparare gli altari e a ordinare gli arredi sacri. È sempre presente alle funzioni religiose e alle prediche. Il parroco, don Pumpo, meravigliato della sua condotta, all’età di sette anni lo ammette alla prima comunione. Felice, Gaetano non sa come esprimere la sua gratitudine e d’allora ogni otto giorni si confessa e si comunica. Sceglie anche il confessore, don Michelangelo Vitagliano, che lo sarà per sempre.

In famiglia non fa mancare il suo aiuto, obbedisce a tutti; esegue ogni lavoro che gli è comandato nella fabbrica del padre, che, ammirando la sua diligenza, gli affida anche qualche compito di fiducia. Infatti, quando deve spedire i maccheroni nei paesi vicini, incarica Gaetano di accompagnare i vetturali, per far giungere sicuramente la merce. E Gaetano per non perdere tempo lungo il tragitto, si porta i libri scolastici per imparare la lezione del giorno dopo.

Fanciullo, appena un povero bussa alla porta di casa o lo incontra per strada, corre dalla mamma e le dice: “Mamma, dammi qualcosa per i poverelli ed io gliela porto”.

Ha compiuto da poco dieci anni, quando i sacerdoti, che lo seguono a scuola e in chiesa, ammirati per lo zelo nello studio e la devozione con la quale riceve i sacramenti e prega davanti al SS. Sacramento, lo ammettono al sacramento della cresima, che riceve il 2 gennaio 1802, da S. Ecc. Mons. Iorio nella cattedrale di Napoli. Gli fa da padrino, il parroco, don Domenico Cafolla. Gaetano non passa inosservato neanche nel paese, per cui la gente commenta: “Il figlio di “Zi Maria” è un santerello, è un santo e un santo si deve fare”.

Fin da ragazzo egli manifesta l’intenzione di diventare sacerdote. All’età di 14 anni, con il consenso dei genitori, chiede ai Padri Cappuccini, tra i quali già vi sono due suoi cugini, di essere ammesso nell’Ordine, ma la domanda non è accolta, perché, come egli dice, “i padri non mi ritrovarono capace per tale stato”. Nel frattempo, nel 1807, una legge di Giuseppe Bonaparte, nuovo sovrano del Regno delle due Sicilie, vieta ai Superiori dei conventi di ricevere i giovani, che non hanno compiuto 18 anni.

Dietro consiglio del suo confessore, all’età di 16 anni, appena compiuti, Gaetano decide di entrare nel seminario diocesano, dove, nel gennaio del 1808, veste l’abito talare, che, per le ristrettezze economiche della famiglia e perché “è un ragazzo morigerato, devoto e benvoluto da tutti nel paese”, gli viene regalato dalla signora Maria Rossi.

Qualche mese dopo i padri Redentoristi ritornano a Secondigliano per un’altra missione al popolo e Gaetano, che non ha dimenticato il suo progetto “di vivere tra i chiostri, non già nel secolo”, chiede anche a loro di essere accolto nella Congregazione, ma “un Padre di quelli gli rispose di non poter essere contentato, perché doveva essere sacerdote a Secondigliano”.

 

 

Ecco il santo che passa

 

“Mamma, guarda, passa il santo!” esclama il piccolo Gennarino, affacciato alla finestra. E la mamma: “Prego Dio che ti faccia come lui”.

Il giovane, che tutte le mattine, senza guardare in faccia nessuno, scende da Secondigliano a Napoli, è Gaetano. La gente lo nota passare immancabile ogni giorno con il caldo, il freddo, la pioggia. Le mamme lo additano ai propri figli.

Gaetano è iscritto al seminario diocesano, che si trova in largo Donnaregina.

I genitori non possono mantenerlo, come alunno interno, per cui egli, per andare e tornare dalla scuola, percorre quasi sette km. a piedi, ogni giorno. Il Card. Luigi Ruffo Scilla, dopo la visita pastorale del 1804, notata l’inadeguata preparazione del clero, riordina il piano degli studi per i due seminari, il diocesano e l’urbano; vieta ai chierici di andare alle scuole private, se non per casi personalmente autorizzati, e stabilisce che per accedere al sacerdozio si devono, dopo l’esame di ammissione, frequentare almeno due anni di filosofia e quattro di teologia. Gaetano li compie tutti ed anche di più: “Ho studiato un anno di logica e metafisica, un anno di fisica, circa tre anni di matematica, due di diritto di natura, tre anni e più di diritto civile e canonico e quattro anni di teologia dogmatica”. Il suo profitto è ottimo. Sempre presente alle lezioni, esatto, attento, accorto nello studio, è promosso dai maestri assistente del Circolo, e, poi, eletto principe di teologia. Si distingue tra i compagni per la sua modestia, contegno e applicazione allo studio. Per una pubblica discettazione in teologia davanti a Mons. Bernardo Della Torre, vicario generale con pieni poteri durante l’esilio dell’Arcivescovo, merita di essere tra i pochi chierici esonerati dal servizio militare.

Attento a scuola, studia a casa fino a notte inoltrata e si alza presto la mattina per lo studio. Qualcuno in famiglia nota che qualche volta non dorme di notte per studiare. La mattina con gli altri compagni del paese riprende la via della scuola con in tasca poche monete, date dalla mamma, con le quali compra qualche arancia, fichi secchi, lupini e carrube per la colazione nell’intervallo tra le lezioni del mattino e quelle del pomeriggio. Qualche volta per il salone, dove sostano Gaetano e alcuni amici seminaristi, passa l’Arcivescovo, che, compiaciuto, esclama: “Ho cinque angeli di chierici”. Durante questo spazio di tempo visita i malati del vicino ospedale “Incurabili”, porta loro qualche regalino, frutto dei suoi risparmi, o va in qualche chiesa aperta per le sante quarantore. Spesso si reca in quella delle suore “Perpetue Adoratrici”. Qualche volta per il caldo eccessivo riposa su una panca della scuola.

A casa è sempre contento del cibo che la mamma gli presenta. Qualche amico, che conosce la situazione precaria della famiglia e la sua inclinazione per le scienze matematiche, gli consiglia di concorrere per una cattedra all’Università, ma egli non è dello stesso parere, perché sente che la sua vocazione è per le opere della vita sacerdotale.

Nei giorni liberi dalla scuola aiuta in parrocchia, insegnando il catechismo ai fanciulli. Il parroco, cui non sfuggono la sua pazienza e carità, gli affida i più grandicelli e i meno istruiti. La domenica va in giro a raccogliere i fanciulli per il catechismo e per la santa messa.

Quando è il tempo, il parroco lo inizia alla predicazione e la gente, notata la buona stoffa, accorre.

Per lo zelo, la pietà, la devozione nel frequentare assiduamente i sacramenti della confessione e dell’eucarestia, la partecipazione a tutte le funzioni e l’esatto servizio all’altare, è ammirato e stimato dai sacerdoti, che gli vogliono bene. Il decreto del Murat del 1810 impone un numero limitato d’ammissione di chierici all’ordine sacro e il “patrimonio di una sufficiente rendita”. Gaetano supera la prima difficoltà, risultando tra i primi al concorso, per la seconda gli viene incontro la Provvidenza. Infatti, il signor Pasquale Riccio gli costituisce una rendita di lire 316,80 annue, con l’obbligo di sei messe settimanali da celebrare all’altare di sant’Antonio.

Il 13 settembre Gaetano insieme agli altri ordinandi si ritira nella casa religiosa dei Preti della Missione per gli esercizi spirituali. Il 23 settembre 1815 la cattedrale è impegnata per le celebrazioni annuali in onore di San Gennaro, per cui il Card. Luigi Ruffo Scilla, tornato a Napoli dall’esilio il 10 giugno 1815, tra la gioia della popolazione, contenta di rivedere il suo pastore, ordina i novelli sacerdoti nella Chiesa di santa Restituta. Don Gaetano è finalmente sacerdote di Cristo. Ancora una volta rifà la strada per tornare a casa. Questa volta, però, è nella carrozza del suo amico, don Francesco Barbato, ordinato suddiacono. Arrivato alla casa di questo, solo se ne ritorna alla sua, dove va, prima, a inginocchiarsi davanti al Crocefisso e, poi, saluta i suoi, il parroco, i sacerdoti e alcuni amici, venuti per ossequiare il novello sacerdote. Il giorno dopo, senza pompa, celebra la sua prima messa nella Congrega del SS. Sacramento, alla presenza di una folla commossa e ammirata, che, uscendo dalla chiesa, commenta: “Sembrava un angelo!”.

 

Sacerdote zelante

 

Nel 1817 don Michelangelo Vitagliano, nella relazione al Cardinale di Napoli, Ruffo Scilla, per la visita canonica del 14 aprile, definisce Gaetano Errico, “sacerdote zelante”. Il suo giudizio è fondato sulla profonda conoscenza del giovane sacerdote, al quale, per la stima che ha di lui, nel 1816, nominato anche parroco della parrocchia dei santi Cosma e Damiano, chiede di aiutarlo nell’insegnamento ai ragazzi della scuola comunale, non potendo da solo attendere bene ai due impegni.

La scuola non è l’ideale di don Gaetano, ma accetta “per obbedienza al suo confessore”, al quale subentrerà, come titolare, nel settembre 1819, quando don Vitagliano darà le dimissioni.

Inizia la lezione con la preghiera: “Prevenite, Signore, le nostre azioni, accompagnandole con la vostra grazia, perché tutto abbia principio e termine da voi, che siete la fonte d’ogni bene”, quindi recita cinque Padre nostro, Ave Maria e Gloria al Padre alle piaghe di Gesù Cristo. Termina la scuola con la Salve Regina e la benedizione agli alunni. Nel mandarli a casa raccomanda di non fermarsi per strada. Inculca negli scolari i valori della fede cristiana, la devozione alla Vergine Maria, l’esercizio delle virtù e il rispetto dei genitori.

Nella sua azione educativa cerca l’apporto indispensabile delle tre istituzioni fondamentali per la formazione dei fanciulli: famiglia, scuola e chiesa. Vigila sulla condotta dei suoi discepoli anche fuori dell’aula scolastica, per questo, spesso per la strada si sente dire: “Viene il maestro”. Insegna a leggere e a scrivere e ai più bravi dà anche lezioni di latino e di scienze, ma la materia preferita è la dottrina cristiana, secondo il catechismo diocesano del Cardinale Spinelli. Ogni 15 giorni conduce i fanciulli in chiesa per la confessione e non manca di dare loro l’appuntamento per la messa domenicale.

Secondo il bisogno e con prudenza usa anche la punizione e il premio. Nelle sue mani sono la verga per correggere e i fichi secchi per premiare.

Il sabato, per educarli al senso della comunità, li conduce in chiesa per le pulizie, dando egli per primo l’esempio. Prova della sua appassionata dedizione al compito d’educatore è che i genitori fanno a gara perché i figli diventino suoi alunni. Ogni mese passa alla mamma i dieci ducati che riceve come compenso e i dodici per il fitto della stanza, messa a disposizione dalla famiglia per la scuola, quando egli diventa titolare.

Il ministero scolastico di don Gaetano dura 20 anni, anche se, come rappresentante dell’Arcivescovo agli esami, l’ultima nomina è del 20 agosto 1860. Alcuni suoi alunni, diventati sacerdoti, si distinguono per zelo apostolico.

Don Gaetano è instancabile.

Convinto, infatti, che il futuro d’ogni società sia scritto nella formazione delle giovani generazioni, egli dedica loro molta attenzione. Ogni domenica riunisce i ragazzi nella cappella di S. Luigi della chiesa parrocchiale, dove li istruisce nei doveri civili e religiosi, li esorta alla virtù cristiana, li ammaestra nella dottrina cristiana e recita con loro il santo rosario. Il lunedì fa la stessa cosa con le ragazze, mentre il mercoledì lo dedica alle donne maritate e vedove, ponendole sotto il patrocinio delle sante Monica e Teresa. La domenica pomeriggio, dopo il catechismo ai bambini, gira per il paese e invita gli uomini, che incontra, a seguirlo in chiesa, per il catechismo dialogato, fatto con il parroco e un altro sacerdote.

La predicazione è il carisma di don Gaetano. Il parroco l’ha capito e lo incarica di predicare in tutte le circostanze. Ha una parola semplice, convincente e coinvolgente. Non usa belle parole e modi ricercati, ma annuncia “Cristo e questo Crocefisso”(cfr.1Cor.1,23). La passione che pone nell’annuncio della Parola di Dio tocca fino alle lacrime il cuore delle persone, che accorrono numerose. E i frutti si notano nel paese. Molti peccatori si convertono e la condotta morale della popolazione migliora.

Nel 1834, dopo la prima missione tenuta nella sua chiesa, appena costruita, molte persone facinorose depositano nelle sue mani tante armi vietate da riempire due sporte e alcune giovani si tagliano i capelli, per dedicarsi a vita devota. L’ultima domenica del mese fa “la protesta della buona morte”, al termine della quale si flagella aspramente con catene di ferro. Tutti piangono e implorano misericordia per i loro peccati; molti uomini lo imitano.

Aiuta il parroco a braccio a braccio, condividendone tutto il peso pastorale. Confessa in tutte le ore del giorno. Lo stesso Arcivescovo nella visita canonica gli impone di ascoltare le confessioni degli uomini. Abilitato, prima dell’età stabilita, anche per le donne, aumenta il suo stare nel confessionale.

Accorre presso tutti i malati e i moribondi, di giorno e di notte, di mattina e di sera. In famiglia riunisce i suoi familiari per la recita del santo rosario, racconta la vita dei santi, li esercita nell’esame di coscienza e invita a evitare le cattive compagnie. Due sorelle, Rosalia e Anna – Antonietta, intraprendono la vita devota in casa.

La forza per tanto lavoro Don Gaetano la attinge dal contatto continuo con Dio nella preghiera. Cresce nel suo fervore con il passare del tempo. Celebra la messa da fare innamorare chi vi partecipa; in più, al rito fa seguire sempre un lungo ringraziamento. Recita il breviario in ginocchio. È sempre occupato nelle cose di Dio e considera perso il tempo non speso per Lui.                        Ogni anno, durante la festa patronale dei santi Cosma e Damiano, si ritira a Pagani, presso i Padri Redentoristi per gli esercizi spirituali.

Non partecipa mai alle celebrazioni per motivo di lucro, dal quale è completamente distaccato.

Le poche offerte, infatti, che riceve, le consegna alla famiglia e trattiene per sé solo ciò che dona ai poveri. Un giorno alcuni giovani congregati per conoscere la vita passata del Fondatore si rivolgono a don Michelangelo, che risponde. “Che devo dirvi! Un altro sacerdote come don Gaetano non ci verrà più”.

 

 

La chiesa dell’ADDOLORATA

 

“I giudizi di Dio sono differenti dai giudizi degli uomini. Voi credete che io volessi parlarvi per licenziarmi da voi, ma, invece, vi dico che resterò in mezzo a voi ed è volontà del Signore che in Secondigliano sia fondata una Cappella dell’Addolorata e voi mi dovete fornire i mezzi che mi mancano, essendo io un povero uomo”.

È il 14 maggio 1826, festa della Pentecoste, anno giubilare nel Regno delle due Sicilie. La gente, ansiosa e curiosa “di udire una divina ambasciata, mandata da Sua Divina Maestà”, gremisce tanto la Chiesa parrocchiale che don Gaetano non può passare.

Certi ormai che egli non lasci il paese, molti piangono al sentire che la Madonna ha scelto Secondigliano per una chiesa dedicata a Lei e ognuno generosamente offre denaro e gli oggetti preziosi, che porta. Si raccolgono 500 ducati e vari oggetti preziosi. La domenica successiva, durante la processione della Madonna Addolorata, le offerte aumentano. Alla fine si sono raccolti 1055 ducati e 2000 oggetti di valore.

Cos’è capitato? La spiegazione la dà lo stesso don Gaetano: “Passato un anno dalla mia inaugurazione del sacerdozio, mi ritirai per alcuni giorni nel collegio di S. Michele dei Padri del SS. Redentore, in Pagani, per rinnovare il mio spirito e tanto continuai a fare per dieci anni consecutivi”.

“Nei primi anni, una sera, dopo l’orazione mentale, essendomi rimasto in coro, mi comparve il B. Alfonso dei Liguori in abiti vescovili, dicendomi che dovevo fondare una Congregazione simile alla sua, principiando da Secondigliano, da estendere al braccio di Aversa. Nell’anno seguente, tornando al detto collegio, mi apparve di bel nuovo il B. Alfonso negli stessi abiti, avendo di fronte l’immagine di Maria SS., dettandomi che avrei fatto in Secondigliano una Chiesa all’Addolorata Vergine, in segno della futura fondazione. Negli anni successivi che continuai il mio ritiro, mi successe lo stesso”.

Don Gaetano parla delle apparizioni al suo parroco e confessore don Michelangelo, che lo invita a soprassedere per meglio conoscere la volontà di Dio, e al P. Luigi Rispoli, redentorista, che, invece, lo sollecita, lo incoraggia e gli ordina: “Impegnati subito subito a far fabbricare la veduta chiesetta”.

Finalmente nel 1822 il parroco consente a don Gaetano di chiedere al Comune l’autorizzazione per avere il terreno per la costruzione, senza parlare di altro. La richiesta suscita l’ira del cancelliere comunale, nonché medico condotto del paese, don Carlo Barbati, spalleggiato dal figlio sacerdote don Peppino. Essi sostengono che una nuova chiesa allontanerebbe i fedeli da quella parrocchiale, la gente potrebbe impoverirsi per questo e vengono spacciati falsi miracoli e apparizioni solo per ottenere di costruire la Chiesa, che, se proprio si deve costruire, è più opportuna a Capodichino, al posto di quella di S. Michele, demolita per costruire il Campo. Il Barbati, presente al Consiglio comunale, convince tutti i Decurioni a votare contro la proposta, per cui, quando il Sindaco comunica a don Gaetano la decisione, questi ne contesta la validità per la presenza indebita del cancelliere comunale. Il Consiglio, costretto a riunirsi per il riesame, questa volta approva la proposta.

Il paese, ormai, è diviso e ciò crea momenti di tensione tra gli opposti partiti, fino a provocare qualche litigio. Il partito contrario, capeggiato da don Carlo Barbati, è piccolo ma potente. Il parroco, per prudenza, ancora una volta invita don Gaetano a soprassedere. Ma nel 1825 sant’Alfonso appare di nuovo a don Gaetano, esortandolo a realizzare la costruzione della Chiesa. Don Michelangelo, siccome è l’anno santo della Chiesa universale, crede bene riservare la notizia per l’anno giubilare, che si celebrerà nel Regno. Così si arriva alla festa dell’Ascensione del 1826, quando egli dall’altare avvisa che don Gaetano ha un messaggio da dare la domenica di Pentecoste. Il Barbati affila le sue armi, perché la costruzione della Chiesa sia impedita. Si mettono in giro calunnie sul conto di don Gaetano, dicendo che egli sta usando le offerte raccolte per maritare la sorella Carmina. Addirittura si fa giungere l’accusa al Sottintendente di Casoria, il Cav. Del Vecchio, che, convinto dal Barbati, ordina a don Gaetano di depositare tutte le offerte ricevute presso il parroco e di chiuderle in una cassa con tre chiavi, una per sé, l’altra per il sindaco e la terza per il parroco. Inoltre proibisce di continuare a questuare, minacciandolo di carcere e d’esilio se continua a parlare della chiesa. La mamma di don Gaetano, intimorita dalle minacce al figlio, interviene presso il Sottintendente per scongiurare eventuali pericoli, mentre il popolo minaccia una rivolta, se le offerte non saranno usate per la costruzione della chiesa. Don Gaetano li tranquillizza: “Mamma, non dubitate io non andrò in carcere e la Chiesa si farà“ e al popolo ripete: “Non dubitate che la Chiesa si farà”.

A chi cerca di dissuaderlo dal proposito o di convincerlo a scegliere un altro luogo, egli esclama: “Io non voglio parlare, ma quando mi costringete a parlare, vi dirò che in qualunque altro posto la Chiesa sarebbe cominciata, ma non terminata, facendola, poi, nel luogo e nel modo da me designato, sarebbe non solo cominciata, ma anche terminata”.

La gente si ostina contro il Barbati e un giorno arriva a minacciarlo. Una donna lo strattona per la giacca e gli molla uno schiaffo, e certamente ne avrebbe avuti, se non fosse intervenuto lo stesso don Gaetano, chiamato urgentemente in chiesa.

L’accaduto costituisce altro argomento contro don Gaetano, accusato questa volta presso la Curia arcivescovile di Napoli, come aizzatore del popolo. Il Cardinale Ruffo Scilla, sentito il parroco e conosciuta la verità, mette fine alle lunghe discussioni, approvando il progetto di don Gaetano e lodando l’iniziativa presso le autorità civili. La pratica, rimessa al parere della Consulta del Regno, nel febbraio del 1827 è approvata. La comunicazione all’Arcivescovo è fatta nell’ottobre dello stesso anno.

Il luogo indicato da don Gaetano: “Un giorno, mentre celebravo all’altare maggiore durante la Messa, fra il Memento vidi una chiesetta formata nel luogo designato e nel sito e posizione, come al presente si vede, fabbricata tutta intrecciata di spine”, è un posto con poche case diroccate, frequentato da persone di malaffare.

La proprietà è della marchesa di Palma Clementina e di suo marito, il cavaliere Diego Afflitti, che, richiesti, “là per là donarono la porzione di suolo a essi spettante per la costruzione della Chiesa, ma perché quel terreno era anche di pertinenza di don Michelangelo Franco, dei suoi fratelli e di don Saverio Tramontano, che, chiesti i loro diritti, non ebbero difficoltà alcuna a cederli per la fabbrica della progettata Chiesa.”

Il giorno 13 dicembre 1827, finalmente, il canonico don Gennaro Pellino, tra una folla esultante, benedice la prima pietra della nuova Chiesa, voluta dalla Madonna. Il 2 gennaio 1828 iniziano i lavori. È una gara tra uomini, donne e giovani per scavare le fondamenta, trasportare calce, pietre e quanto necessita per la costruzione, tra la derisione degli avversari, i quali pensano e sperano che la costruzione non termini, per mancanza di soldi. La gente, invece, continua a portare liberamente offerte.

Durante la costruzione si verifica un fatto prodigioso. Mentre si sta elevando un grosso masso, all’improvviso si sentono delle urla. La fune sta per spezzarsi. Accorre don Gaetano, che impallidisce, ma con la fede di un santo ordina: “Tirate. Non abbiate paura, perché non succede niente”. E il masso è sistemato al suo posto.

Dopo due anni, la Chiesa è terminata, arredata del necessario e degli arredi sacri. Le offerte della gente sono bastate. Non è stato necessario ricorrere alle persone che si erano impegnate con atto pubblico il 18 –12- 1826 a versare di propria tasca, per l’evenienza. Il 9 dicembre 1830 S. Ecc.za Mons. Rossi, arcivescovo di Damasco e Consultore di Stato, benedice la nuova Chiesa, segno dell’opera più grande richiesta da Sant’Alfonso a don Gaetano: fondare una Congregazione religiosa.

Sull’altare centrale don Gaetano espone provvisoriamente un quadro alto più di due metri della Madonna Addolorata, che sta in piedi, poco distante dalla tomba del Figlio e con degli angeli piangenti, che portano i simboli della passione. Nel 1835 lo sostituirà con una statua di legno, commissionata all’artista napoletano Francesco Verzella, che sta quasi per arrendersi, non riuscendo ad accontentarlo per l’espressione del volto, quando alla diciassettesima volta che lo scolpisce, don Gaetano, entrando nella sua bottega, arrossisce in volto ed esclama: “Questa è Lei!”. Lei? Chi? La Madonna che gli ha mostrato S. Alfonso?

Cent’anni dopo, il 4 agosto 1935, il Cardinale Alessio Ascalesi solennemente la incorona, riconoscendo il rapporto filiale che ormai lega la Madonna di Don Gaetano al popolo, specialmente, di Secondigliano.

 

 

L’Opera voluta da Dio

 

Terminata la costruzione della chiesa, dedicata alla Madonna Addolorata, don Gaetano mette mano all’opera principale, indicata da Sant’Alfonso: “Una Congregazione simile alla sua, principiando da Secondigliano”. Aiutato dalla gente, con le braccia e le offerte, fa costruire delle stanze per accogliere i sacerdoti che vogliono unirsi a lui nell’opera delle Missioni. In pochi anni sono erette 14 stanze e due dormitori, cosicché il Cardinale Filippo Caracciolo nel 1839, svolgendo una relazione alle Autorità civili, può dire che la nuova casa è capace di contenere anche quaranta persone.

Nel gennaio 1831 don Gaetano e don Michelangelo Vitagliano chiedono al Card. Ruffo Scilla e al Re il permesso di istituire un Ritiro per sacerdoti e di confessare, predicare e istruire nella nuova chiesa. Il Cardinale incarica di studiare la cosa il canonico Panico, che, a sua volta, passa la richiesta al curialista don Bartolomeo Guida, che non trova di suo gradimento né l’unione dei sacerdoti né gli statuti, tanto è vero che alle varie richieste d’informazioni da parte delle Autorità civili, la Curia non risponde.

Il 17 novembre 1832 muore il Card. Ruffo Scilla e gli succede il 15 aprile 1833 Sua Ecc.za Mons. Filippo Caracciolo, che, ricevuto in udienza don Gaetano, mostra interesse per l’opera e lo prende a ben volere, cosicché alla rinnovata richiesta da parte del Re, risponde: “Credo non esservi alcuna difficoltà che questi buoni ecclesiastici si prestino per quest’opera. In caso che, poi, il Signore benedicesse la loro opera e che dovesse installarsi a Congregazione, mi riservo di prendere ulteriori informazioni”.

All’inizio del 1833, tra le lacrime dei suoi parenti, Don Gaetano lascia la casa paterna e va ad abitare in una stanza attigua alla nuova Chiesa.

L’otto febbraio 1834 egli e altri sacerdoti, ritirati e coadiutori, sottoscrivono la richiesta al Re e al Cardinale di dar vita a un Ritiro di sacerdoti in Secondigliano, sotto il titolo dei Sacri Cuori, per l’opera delle Missioni. La prima missione la svolgono a Secondigliano e il bene è tale che un testimone, dopo molti anni, dice: “Ora se ne parla ancora”.

Il 19 marzo 1836 il Re concede l’autorizzazione al Ritiro, ma, i primi sacerdoti, che hanno aiutato don Gaetano, preferiscono ritornare alle loro case ed egli rimane solo. A qualcuno che glielo fa notare, risponde fiducioso: “Sant’Alfonso nel fondare la sua Congregazione rimase solo con un compagno”. Infatti, la sua fede è premiata. Arrivano i primi giovani e le richieste di molte mamme, che, durante le missioni, presentando i loro figli, gli chiedono di accoglierli in convento. Il 1° ottobre 1836, così, egli apre il primo noviziato e vi ammette sette giovani; ne dovevano essere otto, ne manca uno.

Un giorno, mentre don Gaetano è alla casa paterna per far visita alla mamma ammalata, bussa alla porta un distinto signore, che accompagna un ragazzo claudicante, rimasto orfano dei genitori. Ha girato parecchi conventi, perché il ragazzo vuole farsi religioso, ma la risposta è stata negativa. Alla fine gli consigliano di andare a Secondigliano, dove un sacerdote sta per aprire una nuova congregazione religiosa. Il colloquio tra don Gaetano e il ragazzo dura quasi mezz’ora. Quando il ragazzo esce, è contento perché don Gaetano gli ha promesso di accoglierlo in congregazione, appena aprirà il noviziato.

Rimasto solo con la sorella Rosalia, don Gaetano le chiede: “Hai visto quel giovanetto? Vorrebbe farsi religioso, ma nessuno lo vuole accettare, perché è malato. Penso di accoglierlo nella mia congregazione”. “Come”, gli replica la sorella, “incominci con un malato?” ed egli: “Poco m’importa che sia malato, mi preme, piuttosto, che il primo a entrare in congregazione sia un santo”.

Don Gaetano aveva visto bene. Quel ragazzo è il beato Nunzio Sulprizio, modello della gioventù operaia, il quale non può realizzare il suo desiderio di essere il primo religioso dei Missionari dei Sacri Cuori, perché muore il 5 maggio 1836, all’età di diciannove anni. L’opera incomincia a concretarsi e bene.

Occorre, ora, pensare alla Regola, che don Gaetano, aiutato da uomini di spirito, scrive forse nello stesso luogo dove il Signore gli ha parlato. Nel 1838, recatosi a Roma, presenta la richiesta di approvazione sia della Regola che dell’Istituto religioso alla Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari. Il 22 giugno dello stesso anno la Sacra Congregazione loda l’Opera, ma ne rimanda l’approvazione a quando l’Istituto, che ha per il momento una sola casa e le Regole non sperimentate, sarà cresciuto numericamente. Don Gaetano con ragione non perde la speranza. Infatti, il 13 maggio 1840, il Re di Napoli non solo concede il riconoscimento al nuovo Istituto, dichiarandolo legittimamente esistente e capace di godere dei corrispondenti effetti civili e canonici, ma dà anche il suo assenso agli Statuti per la nuova casa. La strada è spianata.

Molti Vescovi incominciano a richiedere i “Missionari di don Gaetano” e, quando c’è qualche situazione difficile nel paese, pretendono la sua presenza, ma, purtroppo, non sempre egli può soddisfare le loro richieste, per il ristretto numero dei congregati. La gente, intanto, vedendo i missionari continuamente occupati nella predicazione, negli esercizi spirituali, nel confessare e nell’aiutare il prossimo in ogni modo e apprezzando molto il loro operare, chiede che siano aperte nuove case religiose nei loro paesi. Sorgono, così, dal 1842 quelle di Andretta, Roccasecca, Sandonato, Bitetto, Itri.

Nel maggio 1846, cresciuto il numero delle case e dei congregati e incoraggiato dalle numerose lettere postulatorie dei Vescovi e, soprattutto, dell’Arcivescovo di Napoli, don Gaetano ritorna a Roma, dov’è ricevuto due volte in udienza dal Papa Gregorio XVI, che s’interessa allo sviluppo della nuova Congregazione religiosa e gli ricorda i tempi in cui aveva dovuto lavorare anch’egli per il suo Ordine religioso. Ma il 1° giugno 1846 il Papa muore e don Gaetano non sa se ritornare a Napoli o rimanere a Roma, per aspettare l’esito del Conclave. Alla fine decide di rimanere.

In quei giorni visita il card. Giovanni Maria Mastai Ferretti e, accomiatandosi da lui, dice: “Santità, vi raccomando la mia Congregazione”.

È una profezia? Il 6 giugno 1846, dopo solo due giorni di conclave, il Card. Giovanni Maria Mastai Ferretti è eletto Papa, con il nome di Pio IX. Ricevuto in udienza dal nuovo Papa, ripresenta la domanda già fatta al Predecessore e in essa implora l’approvazione della nuova Congregazione, scrivendo: “ Affinché nel principio del suo felicissimo Pontificato si vedrà nascere nella Chiesa un nuovo Istituto che professa opere tutte di amore”. Il 17 luglio nell’Ordinaria dei Cardinali e Vescovi, esaminata la richiesta, l’esito è favorevole, per cui il Papa il 7 agosto emana il decreto di approvazione. Nuovamente ricevuto in udienza, il Papa, gli appone sul petto lo stemma dei Sacri Cuori. Don Gaetano è visibilmente commosso e soddisfatto, ora l’opera richiestagli da Dio è compiuta. A Secondigliano, accolto con grande festa, organizza l’annuale processione in onore del S. Cuore di Gesù, durante la quale fa portare anche uno stendardo, in cui si vede il Papa in trono e lui che, circondato dai religiosi, gli presenta le Regole. Raduna, quindi, la comunità religiosa, e rimette il mandato di Superiore, chiedendo che si facciano nuove elezioni, ma tutti unanimemente gli chiedono di continuare e di scegliere per gli uffici i religiosi che crede più idonei. Fino alla morte, egli sarà il Superiore Generale dell’Istituto e “O Superiore”, per i Secondiglianesi.

Come superiore è da tutti amato, perché amministra le cose con esattezza, con prudenza e con buone maniere, si adopera per l’osservanza della Regola e il mantenimento della disciplina; sistema ogni cosa con modi buoni e garbati; corregge i negligenti con pazienza e paternità, ma, all’occorrenza, castiga anche; sopporta con pazienza le mormorazioni di coloro che non sono soddisfatti; concede tempo e opportunità ai pigri, perché migliorino nell’osservanza della Regola, ma li allontana senza esitare, quando si convince che non sono adatti alla vita religiosa; ricorda continuamente che si sta in convento per farsi santi, altrimenti la porta è aperta; sollecita a comportarsi in modo tale da poter passare direttamente “dalla cella al cielo”; gira ogni giorno tutta la casa, fino all’ultimo piano, per vigilare sull’esatta osservanza, benché una piaga alla gamba e l’asma gli procurino molta sofferenza; è sempre il primo ad accorrere al suono del campanello per le pratiche di pietà; si prende cura continuamente dei malati; incoraggia i novizi, che, spesso, accompagna personalmente a passeggio e insegna loro gli esercizi da fare nelle missioni; visita frequentemente le case dell’Istituto e, quando non può farlo di persona, incarica qualche religioso dell’Istituto.

Don Gaetano ha tutte le qualità di un buon superiore, tuttavia non mancano gli scontenti, le gelosie e le invidie, per cui un giorno è accusato presso il Vicario Capitolare di Napoli, Mons. Michele Savarese, di poca oculatezza nell’accettazione dei candidati e di leggerezza nella conduzione della casa e dell’Istituto, difetti che favoriscono il verificarsi di fatti incresciosi e di scandali. Il Monsignore lo convoca d’urgenza e lo rimprovera aspramente. Don Gaetano ascolta in silenzio, a testa bassa e braccia conserte. Invitato, alla fine, a rispondere, esclama: “Monsignore, se voi credete che l’opera per divina ispirazione da me iniziata non è buona, ordinate che sia chiusa la casa e immediatamente io ubbidisco e tengo come se nulla fosse successo”. Mons. Savarese, edificato per la sua calma, umiltà e obbedienza, gli replica: “Ora ho capito che sei un santo. Prosegui a fare i divini voleri. D’oggi non darò ascolto a chi dirà male di te e della tua Congregazione” e gli consegna la lettera, con le firme degli accusatori. Don Gaetano la piega e mette in tasca. Non ne terrà mai conto.

Pur essendo Superiore, non tralascia l’opera apostolica nella sua chiesa e nelle missioni:

ogni giorno, mattina e sera, fa la meditazione al popolo sulle verità eterne; confessa le donne e gli uomini e questo fino a notte avanzata; spiega la domenica mattina il vangelo e nel pomeriggio riunisce gli uomini per la dottrina cristiana; fa gli esercizi spirituali, promuove le pratiche di pietà, come il mese di maggio e la via crucis, raduna ogni lunedì le signorine e il mercoledì le donne sposate e vedove; cura la preparazione a tutte le feste della Madonna, degli Arcangeli Michele e Raffaele e dei santi Alfonso e Gaetano Thiene; risponde a tutte le richieste di missioni, alle quali partecipa sempre, quando non è impedito, altrimenti non manca di visitarle.

Il 5 marzo 1858, dopo estenuanti trattative, ha la gioia di aprire una casa a Roma, poiché la famiglia Santacroce gli ha offerto la chiesa di S. Maria in Publicolis con l’annessa casa e un’altra nel 1859 a Bari. Giovane seminarista, aveva sognato di andare missionario tra i non credenti, per cui nel 1846, avuta l’approvazione dell’Istituto, mentre è ancora a Roma, ne chiede l’aggregazione alla Congregazione della Propagazione della Fede “per essere inviati alle sante Missioni nelle parti degli infedeli, ovunque alla Sacra Congregazione piacerà”.

Il Card. Franzoni, Prefetto della Congregazione suddetta, nel 1855 lo esaudisce e gli propone “di operare una missione nel Regno dell’Angola e del Congo”. Don Gaetano subito scrive ai vari Rettori delle case e chiede la disponibilità dei congregati. Molti si dichiarano pronti a partire, ma la Sacra Congregazione differisce la partenza, per motivi politici. La morte del Fondatore, avvenuta nel 1860, fa accantonare la proposta.

All’inizio del millenovecento l’Istituto, anche se lentamente, incomincia a estendersi nel mondo: nel 1912 è in Argentina, nel 1938 in Uruguay; nel 1953 negli Stati Uniti, nel 1982 in India, nel 1994 in Slovacchia e nel 2002 in Nigeria, dimostrando che l’opera di don Gaetano è veramente voluta da Dio; diversamente, per gli eventi storici, tutt’altro che favorevoli, sarebbe stata travolta. Il Fondatore un giorno aveva risposto solo con queste parole ai congregati, che gli chiedevano di raccontare della visione di Sant’Alfonso: “La nostra Congregazione è un’opera voluta da Dio”.

 

 

Il Carisma di GAETANO ERRICO

 

Don Gaetano si caratterizza per la sua passione per Dio e il prossimo, per la dedizione al ministero della predicazione e della confessione e per l’impegno costante nel diffondere la devozione ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria.

Egli è un uomo di Dio. Infatti, cerca sempre di piacerGli con tutta la vita e in ogni opera dell’apostolico ministero, promuovendone con fatiche e sudori la gloria; lotta, rischiando anche la vita, contro ogni forma di peccato; predica, come un serafino infiammato d’amore, non dissimula il suo grande sdegno, quando sente bestemmiare; parla solo di Dio, dell’osservanza delle Regole, della fuga dal peccato e del distacco dal mondo; gode a sentire parlare di Dio; fa innamorare la gente per come celebra la santa messa; appare più un abitante del cielo che della terra nella preghiera; ricorre a cilizi, flagellazioni e digiuni, per ottenere la conversione dei peccatori.

È l’uomo della carità. È pronto ad aprire a chiunque bussa alla sua porta, anche se poco prima ha cercato di ucciderlo, l’ha ingiuriato o calunniato, perché in lui vede Cristo. Aiuta i poveri abbandonati, provvede ai loro bisogni materiali, pagando di persona, ed elemosina per loro; soccorre le ragazze cadute in peccato, procurando loro il lavoro; assiste i malati, senza preoccuparsi che siano affetti da malattie contagiose; accorre al capezzale di tutti, giorno e notte, senza mai rifiutarsi e senza fare distinzioni; passa ore vicino ai moribondi; nei colera del 1835 e 1854 lo trovano ovunque e tutti lo ricercano; fa la carità, senza suonare la tromba; la sua casa religiosa diventa la casa della provvidenza, dove chiunque può trovare accoglienza e un piatto caldo; corre a riportare la pace nelle famiglie, turbate dalla discordia. “Don Gaetano è veramente l’uomo della carità” dicono i sacerdoti di Secondigliano e dei paesi vicini; “è morto chi pensava a noi”, lamentano i poveri, piangendo il loro benefattore; “nessuno mai si ritirava da lui a mani vuote”, testimonia chi gli è vissuto accanto.

Don Gaetano è l’apostolo della Parola e del confessionale. Ha il carisma di una parola semplice, facile e convincente, che va dritta al cuore. Non si rifiuta mai di predicare, anche se è stanco ed ha fatto un lungo viaggio in mezzo alla neve. Nella sua chiesa la missione è continua. Spesso essa non basta a contenere la gente venuta per ascoltare. Quando nota che il cuore degli ascoltatori è duro, non si risparmia la flagellazione in pubblico. Istituisce un Ritiro per sacerdoti e, poi, fonda una Congregazione religiosa, perché la Parola di Dio giunga a tutti.

Don Gaetano precorre i tempi e intuisce l’importanza del rapporto personale per la costruzione di una nuova vita, perciò fa del confessionale il suo luogo preferito, dove annuncia l’amore misericordioso di Dio Padre. Confessa in tutte le ore del giorno, fino a notte avanzata; è uno che sa capire il peccatore, donargli fiducia e infondere speranza. È benigno, non fa sconfortare nessuno, accoglie tutti con carità e tratta tutti, come un padre. Con la sua maniera tira da bocca i peccati e con le sue parole restituisce la pace alle coscienze. Chi lo scopre non lo lascia più, come confessore e direttore spirituale. Trascura per le confessioni il cibo, il sonno e quella gamba, che gli fa tanto male. Vanno a lui persone da ogni parte, di ogni ceto e categoria, ed egli non dice mai: “ Sono stanco, vieni domani”.

Don Gaetano “patisce” per l’onore dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria. Prepara e organizza la festa al S. Cuore di Gesù nel modo più solenne, senza badare a spese. Invita alla processione del SS. Sacramento tutte le Istituzioni civili e religiose. Il suo amore per Gesù nel Sacramento dell’altare è tenero e filiale. Quando parla di Lui, piange. Trascorre lunghe ore della notte a fargli compagnia e una volta sente una voce venire dal tabernacolo: “Gaetano, non temere. Tutto quello che tu sciogli in terra, io lo sciolgo in cielo”. Con lo stesso fervore e solennità celebra le feste del Cuore di Maria, dell’Addolorata e dell’Immacolata, eccettuata la processione. Non trascura nessuna ricorrenza della Vergine Maria, per annunciarne le glorie. “L’animo dell’innamorato S. Bernardo e dell’affettuoso Sant’Alfonso sembravano trasfusi in Lui”, commenta P. Fisco nell’elogio funebre. Quando parla della Vergine Maria, s’infiamma in volto, gli scintillano gli occhi, gli manca la parola, piange e la gente esclama: “Adesso don Gaetano se ne va in estasi!” “Ogni congregato perché con facilità possa accendere l’amore divino nel cuore degli altri è necessario che bruci prima esso di quest’Amore”. “Il congregato avrà senz’altro quest’Amore quando conoscerà Dio sommo bene e Colui che Egli medesimo ci ha inviato il nostro Signore Gesù Cristo”. “Aspirare all’eminente cognizione di Gesù Cristo Signore nostro e dell’amore suo verso di noi, e quindi eccitarsi a riamare quel Cuore divino che n’è la Sede, e nutrire una devozione fervente per il Cuore di Maria, che è la Madre del Sant’Amore, sarà l’oggetto precipuo dei nostri congregati”. “Sia ognuno dei nostri intento ad adoperarsi di ricopiare in sé le virtù di Gesù e di Maria, per essere una predica continuata in mezzo al popolo, onde, nel vederne le opere buone, si dia gloria al Padre che è nei cieli”. È quanto don Gaetano scrive nelle Regole dell’Istituto, ma che i suoi discepoli leggono meglio nella sua vita.

 

 

Che Servo di Dio!

 

Don Michelangelo Vitagliano ricorda in continuazione ai suoi compaesani “ di possedere un gran soggetto e di aver un santo, che fa molto bene per la gloria di Dio e il bene delle anime” e i forestieri, incontrando i secondiglianesi, non nascondono un pizzico di sant’invidia: “Oh! Che Servo di Dio! Questi è un angelo consolatore. Che gran pezzo di santità ha Secondigliano”.

Chiunque incontra don Gaetano è ammirato per la sua dedizione a Dio, la costanza nel praticare la virtù e ricercare la gloria di Dio e la salvezza delle anime, per la fedeltà ai doveri cristiani, religiosi e sacerdotali e il continuo tendere alla perfezione. Don Gaetano meraviglia tutti, soprattutto, per la sua umiltà, pazienza, dolcezza, carità e zelo apostolico. Quando passa, la gente sussurra: “Ecco il santo!” e le mamme s’affrettano a presentargli i figli, perché li benedica.

Stupore e meraviglia, suscitati da una vita santa e non da fanatismo e credulità popolari. E la fama di santità del Servo di Dio si diffonde anche tra la gente dei paesi vicini, da dove partono i pellegrini, desiderosi di conoscere il “santo”, parlargli, confessarsi con lui.

Arrivano da ogni parte. Alcuni provengono dalla Calabria, Puglia, Abruzzo, Sicilia. E’ un viavai d’uomini e donne, di ricchi e poveri, dotti e gente comune, di sacerdoti e politici, singoli e famiglie, religiosi e religiose. Tutti, gli vogliono parlare, perché hanno qualcosa da chiedere. Lo visitano anche i Vescovi di Amalfi, Conza e Campagna, Acerra, Avellino, Sorrento, Gaeta, dei quali gode stima e fiducia.

L’Arcivescovo di Napoli, il Card. Riario Sforza, spesso, è ospite a Secondigliano, per cui, quando gli portano la notizia della morte del Servo di Dio, esclama: “Ho perduto una grande colonna della mia diocesi.” Il Cardinale Cosenza, oltre che avvalersi continuamente del suo consiglio, lo vuole presente in tutte le missioni predicate nella sua diocesi di Capua e gli manda i seminaristi e gli ordinandi per gli esercizi spirituali. Altri Cardinali, durante la permanenza a Portici di Pio IX, si recano a Secondigliano, per consultarlo. I Papi Gregorio XVI e Pio IX, come segno di stima, gli accordano la facoltà di assolvere da ogni peccato riservato. Il re di Napoli, Ferdinando II, che si confessa spesso da lui, gli propone la nomina a cappellano di corte, ma don Gaetano per umiltà rifiuta. Una volta, essendo ammalato, lo riceve nella stanza da letto, e quando don Gaetano sta per andare via, lo saluta devotamente: “Superiore, pregate per me il Signore e raccomandatemi a Maria Santissima”. Quando, poi, lo invita a Gaeta per affidargli il santuario della Madonna della Civita a Itri, ve lo accompagna personalmente.

La fama di santità spinge la gente a procurarsi una sua reliquia. Infatti, durante le missioni, qualcuno gli taglia un pezzo dell’abito, altri conservano gelosamente la penna con la quale ha scritto, le lettere ricevute, gli oggetti da lui usati. Gli cambiano la fascia, che cinge l’abito religioso. Una signora raccoglie una ciocca dei suoi capelli, appena tagliati. I tanti doni, di cui Dio ha arricchito la sua vita: le lacrime, mentre prega, celebra o predica, la lettura dei cuori, la predizione del futuro, la presenza contemporanea in più luoghi, le guarigioni, contribuiscono a creargli intorno un alone di santità. Ammalatosi, infatti, gravemente, nel paese per la sua guarigione si organizzano un triduo di preghiera davanti al SS. Sacramento nella Chiesa parrocchiale, una processione penitenziale con le statue della Vergine SS. Addolorata e dei Santi Patroni Cosma e Damiano e un digiuno. Si prega anche nei paesi vicini e nei conventi delle suore che lo conoscono. Alla sua morte unanime è la voce del popolo: “E’ morto il santo!” e l’Amministrazione comunale stanzia 200 ducati, perché subito s’inizi il processo di beatificazione.

Una fama di santità che dura. Da ogni parte, infatti, continuano i pellegrinaggi alla sua tomba, le sue immagini troneggiano nelle case e nei negozi, i commercianti di Secondigliano non partono per il loro lavoro, senza l’immagine del “Superiore”, si cercano le sue reliquie, si portano voti e offerte per ringraziamento. La memoria di don Gaetano è viva nel cuore di tutti, ieri come oggi, perché la santità ha radici capaci di sfidare i secoli, che vede passare, senza essere scalfita.

 

È morto un santo

 

É dalla metà di ottobre che don Gaetano, colpito da febbre viscerale, è costretto a letto, senza poter più scendere in Chiesa; tuttavia continua a celebrare nella stanza, fin quando può. L’asma bronchiale e una tosse, che non l’ha mai lasciato, complicano la situazione e gli causano una congestione polmonare.

Il medico gli ordina il riposo e una terapia d’urto che egli esegue, però, qualche giorno prima di morire, ai confratelli che lo assistono, dice: “Lasciate stare, non serve più”. Soffre molto, ma è paziente, sereno, rassegnato. Non si lamenta, prega: “Mamma mia, aiutami tu. Gesù, Maria e Giuseppe, aiutatemi”. Quando il dolore si fa più forte, offre tutto per la gloria dei Sacri Cuori: “Gesù mio, ti voglio bene! Madonna mia, ti voglio bene!”.

Un giorno fissa intensamente l’immagine dell’Immacolata, che è dirimpetto al suo letto, mentre una profonda sofferenza si disegna sul volto. Sussurra. Qualcuno gli si avvicina ed egli lo rasserena: “Sto pregando la Madonna, perché non mi faccia vedere la Chiesa così desolata. Oh! Che vedo! Che rumore, che fracasso! Povera Chiesa! Povera Religione!” I fatti politici dell’unità d’Italia del 1860 lo addolorano per l’accanimento contro la Chiesa: “Povera Chiesa, povera religione, poveri sacerdoti! Oh! Che brutte cose! I sacerdoti avranno persecuzioni. Beato chi ha fede, perché darà il sangue e la vita per Gesù Cristo”.

Il 26 0ttobre si aggrava. Fa fatica a respirare, non si può muovere dal letto. Il nipote, P, Beniamino Errico, celebra nella stanza la santa messa, alla quale egli partecipa devotamente e si comunica. I Padri dell’Istituto gli sono attorno e pregano perché non li lasci ed egli li rassicura: “Io non vi abbandono, pregherò il Signore per voi e sarò con lo spirito in mezzo a voi”. Chiede perdono e raccomanda: “Figli miei, amatevi l’un l’altro e siate osservantissimi delle Regole”.

Il 28 ottobre riceve l’unzione degli infermi tra la commozione di tutti. Il 29 ottobre 1860, alle ore 10, fissa gli occhi sulla Madonna. Ha un volto sereno, atteggiato a sorriso. E’ cominciata la contemplazione eterna.

La notizia della morte corre veloce. La Chiesa si affolla. C’è calca. Tutti vogliono entrare, vedere, toccare. Il picchetto di guardia, fatto schierare dalle autorità comunali, è travolto. Vestito con l’abito religioso e seduto su di una sedia, gli viene fatto da morto quel ritratto che da vivo ha sempre rifiutato. Ne ritraggono le sembianze due famosi artisti: Spanò e Foggiano.

Il 30 ottobre la salma, rivestita degli abiti sacerdotali, è scesa in chiesa e sistemata su di un catafalco rialzato, per evitare atti di fanatismo. Il corpo resta flessibile per tre giorni e dalla piaga della gamba esce sangue vivo, con il quale si riempiono delle ampolle e si bagnano i fazzoletti dei fedeli, che chiedono una sua reliquia.

Arriva la gente da tutti i paesi vicini ed anche lontani per venerare il “santo”. Le esequie del 31 sono un’apoteosi. La salma passa per le strade tra una fiumana di gente e una pioggia di fiori, che scendono dai balconi. Nel frattempo una delegazione, capeggiata dal sindaco, si reca da Garibaldi per ottenere il permesso di seppellire il corpo di don Gaetano nella “sua chiesa”, dove ancora riposa, venerato da tanti devoti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Verso la beatificazione

 

Il P. Michele Sodano, primo postulatore della causa di beatificazione, chiede e ottiene nel 1866 dal Card. Riario Sforza, arcivescovo di Napoli, l’apertura del processo ordinario diocesano, che dura fino al 1876. Durante questi dieci anni si esaminano gli scritti e si ascoltano i testimoni per verificare l’eroicità delle virtù cristiane del Servo di Dio.

Nel 1876 gli atti sono inviati alla Sacra Congregazione dei Riti e il Papa Pio IX autorizza l’apertura del processo apostolico, dispensando dalla legge dei dieci anni, che devono intercorrere tra il processo diocesano e quello apostolico. Nel dicembre 1884 Leone XIII introduce il processo e firma il Rescritto, che dichiara Gaetano Errico Venerabile.

Nel 1911, nell’ordinaria dei Cardinali si discute l’ammissione delle virtù in grado eroico alla presenza del Papa Pio X, che, però, a causa dei dubbi avanzati da qualche Consultore, rimanda il caso a nuovo ruolo per maggiori approfondimenti. Un approfondimento che, purtroppo, dura 63 anni e si conclude il 4 ottobre 1974 con la dichiarazione dell’eroicità delle virtù da parte di Paolo VI.

Nel frattempo Dio fa scendere una pioggia di grazie sui devoti del Venerabile Gaetano Errico. Tra queste c’è la guarigione del signor Caccioppoli Salvatore, di Castellammare di Stabia (Napoli).

È il 9 gennaio 1952, ore 9,30. Il signor Caccioppoli, da qualche tempo malato di stomaco, mentre si rade la barba, emette un “urlo bestiale”, contorcendosi per il forte dolore allo stomaco. La moglie, Gaetana Moretti, di Secondigliano, devotissima del Venerabile, di cui porta il nome per voto, si rende conto della gravità della situazione e chiama subito il medico curante, il dott. Bartolo Quartuccio, che costata “dai notevoli segni clinici di doversi trattare d’addome acuto, tali da far pensare a possibile perforazione d’ulcera duodenale”. Per una maggiore sicurezza egli si consulta con il collega chirurgo, il dott. Guglielmo Di Nola, che conferma la diagnosi e ordina il ricovero in ospedale per l’intervento, senza il quale la malattia sarebbe funesta. Sono le 16. La Moretti si ricorda di aver una reliquia del Venerabile. La fa baciare al marito, gliela pone sotto il guanciale e insieme lo invocano. Subito il malato, che poteva considerarsi un cadavere, incomincia a dar segni di vita e chiede da bere e quando comprende che sta per essere portato in ospedale, protesta: “Io mi sento bene, non voglio muovermi dal letto, quasi una forza arcana me lo suggerisce”. Infatti, la mattina seguente, tra la meraviglia dei parenti, amici e, soprattutto, dei medici, ritornati per vederlo, si alza dal letto guarito. Un esame radiografico del 26 marzo 1952 conferma l’avvenuta guarigione insieme alla scomparsa della nicchia dell’ulcera, prima ben visibile. La documentazione medica e le testimonianze dell’accaduto, accuratamente raccolte, giacciono nell’archivio della postulazione fino al gennaio 1999, quando, studiate da un medico perito, sono presentate al tribunale ecclesiastico di Napoli, che esamina il caso dal 7 luglio al 15 ottobre 1999 e invia il tutto alla Sacra Congregazione per le Cause dei Santi. L’apposita commissione medica della Sacra Congregazione nella seduta del 30 marzo 2000 riconosce che si tratta di una guarigione rapida, completa, duratura e scientificamente inspiegabile. La commissione teologica e l’Ordinaria dei Cardinali e Vescovi, nelle rispettive sedute del 3 luglio 2000 e 9 gennaio 2001, ammettono che la guarigione prodigiosa del signor Caccioppoli è da attribuirsi all’intercessione del Venerabile Gaetano Errico. Giovanni Paolo II il 24 aprile 2001 emette il decreto di beatificazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

La Beatificazione

14 aprile 2002

 

È la data della beatificazione di Gaetano Errico. Quella mattina il cielo di Roma minacciava pioggia, ma non ne cadde neanche una goccia durante la celebrazione, almeno in piazza di S. Pietro. Alle sette del mattino i pellegrini, provenienti da Napoli, Secondigliano, Afragola, Latina incominciano ad affollare la piazza. Sono circa cinquemila. Ci sono anche rappresentanze delle comunità degli Stati Uniti, Argentina, India, Slovacchia. Alle 10 sono più di 30 mila i pellegrini, provenienti da varie parti per onorare i sei nuovi Beati: Gaetano Errico, Ludovico Pavoni, Artemide Zatti, Maria Romero Meneses, Maria del Transito de Jesus Sacramentado, Luigi Variara. Ci sono diciotto Cardinali, tra i quali, il Segretario di Stato, Card. Angelo Sodano, il Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, Card. Josè Saraiva Martins e l’Arcivescovo di Napoli, Card. Michele Giordano. Numerosissimi Arcivescovi e Vescovi. Per il Governo italiano c’è il ministro Rocco Buttiglione e per il Comune di Napoli, l’on. Rosa Russo Iervolino con numerosi Consiglieri. Il Papa scende nella piazza alle 10,30 per l’inizio della celebrazione. Grande commozione fra i presenti alla lettura della formula di beatificazione: “Con la Nostra Autorità Apostolica concediamo che il Venerabile Gaetano Errico d’ora in poi sia chiamato Beato e che si possa celebrare la sua festa nei luoghi e secondo le regole stabilite dal diritto, ogni anno il 29 ottobre”. Quando è scoperta l’immagine del Beato, esposta al primo balcone a destra della loggia centrale della Basilica di S. Pietro, i fedeli gridano di gioia e molti scoppiano in lacrime. Avevano atteso per troppo tempo quel momento. All’omelia il Papa disse di Gaetano Errico: “In un’epoca segnata da profondi cambiamenti politici e sociali, di fronte al rigorismo spirituale dei giansenisti, Gaetano Errico annuncia la grandezza della misericordia di Dio, che sempre chiama alla conversione coloro che vivono sotto il dominio del male e del peccato. Vero martire del confessionale, il nuovo beato vi trascorreva intere giornate, spendendo il meglio delle proprie energie nell’accoglienza e nell’ascolto dei penitenti. Col suo esempio egli ci stimola a riscoprire il valore e l’importanza del sacramento della penitenza, dove Iddio distribuisce a piene mani il suo perdono e mostra la sua tenerezza di Padre verso i propri figli più deboli”. Il giorno dopo nella tradizionale udienza, che concede ai pellegrini dei nuovi beati, Giovanni Paolo II parla particolarmente ai Missionari dei Sacri Cuori: “Mi rivolgo, innanzi tutto a voi, carissimi Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria e quanti condividono con voi la gioia per la beatificazione di Gaetano Errico, apostolo dell’amore misericordioso di Dio e martire del confessionale. Quanto bisogno ha la nostra epoca di chi annunci la tenerezza ed il perdono di Dio verso i peccatori, in particolare mediante il sacramento della penitenza!…Ai giansenisti che troppo insistevano sulla giustizia di Dio, diffondendo nelle anime paura e sconforto, Gaetano Errico contrapponeva l’annuncio della misericordia divina. Non si stancava di esortare i sacerdoti: “Se vengono anime piene di gravi colpe, animatele a rialzarsi, spingetele alla confidenza, dite loro che il Signore le perdonerà tutte, se di cuore si pentono”. Quanto ancora oggi parla al cuore dell’uomo l’amore misericordioso di Dio, che incoraggia a vincere il male, la sofferenza, l’ingiustizia e il peccato!”. Il rito della beatificazione si conclude alle 12,30 con la recita dell’Angelus e la benedizione del Papa. La preparazione all’evento aveva suscitato grande entusiasmo nelle comunità dell’Istituto e molti pellegrini visitarono i luoghi del Beato. Alla vigilia si celebra il vespro solenne, presieduto dal Card. Josè Saraiva Martins, nella chiesa di S. Maria in Campitelli, e il lunedì la messa di ringraziamento in onore del Beato dal Card. Crescenzio Sepe, prefetto della Sacra Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli nella stessa chiesa. A Napoli alla beatificazione segue una settimana di celebrazioni, conclusa con la Messa solenne, celebrata nella Parrocchia Sacri Cuori dal Card. Michele Giordano, che indica ai fedeli Gaetano Errico come un nuovo modello di evangelizzatore. L’aveva già scritto nella lettera pastorale “Alla scuola dei Sacri Cuori”, (10 marzo 2002) indirizzata alla diocesi per la circostanza: “Fratelli e sorelle, abbiamo in Gaetano Errico un nuovo modello cui rivolgere il nostro sguardo per imitarne le virtù umane e cristiane. Egli ci ottenga la sua stessa passione per i Sacri Cuori di Gesù e di Maria, cosicché uniti nel loro stesso amore, ci impegniamo nell’annuncio generoso e instancabile del vangelo della misericordia”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SANTO

 

 

È l’ultima tappa del lungo iter per la proclamazione della santità del Servo di Dio. Dopo la beatificazione con la crescita della devozione e del numero dei fedeli e dei pellegrini, che vanno alla tomba del Beato per chiedere grazie, cresce anche la speranza di ritrovarci presto in piazza S. Pietro per la sua canonizzazione.

Una speranza che, il 10 dicembre 2005, quando il Card. Michele Giordano, arcivescovo di Napoli, chiude l’inchiesta diocesana su un presunto evento miracoloso attribuito all’intercessione del Beato, si fa forte. Don Nunzio D’Elia, presidente del tribunale diocesano campano per le cause dei Santi, durante la celebrazione di chiusura, dice che: “Il Signore sta confermando in tempi brevi la santità di Gaetano Errico”. E il Cardinale, ricordando ancora con commozione il momento della sua richiesta a Giovanni Paolo II in piazza S. Pietro il 14 aprile 2002 di beatificarlo, fa suo l’auspicio e indica nel Beato “un prete pastore e animatore di un popolo bisognoso di gioia, di amore e di perdono, un vero testimone vivente dell’amore di Dio Padre. Un prete al servizio della misericordia di Dio, camminando tra la gente, che dalla miseria materiale era condotta alla miseria morale. Per questo confessava a tutte le ore, finanche sul letto di morte. L’ardore di far conoscere quanto Dio fosse misericordioso l’ha spinto a fondare una Congregazione religiosa, che avesse per scopo accendere nell’animo delle persone il fuoco dell’amore divino e di consolare quanti erano afflitti dalla miseria”.

Il fatto miracoloso avviene nell’estate del 2003 a Secondigliano. Si tratta della gravidanza di una donna affetta da “sterilità primaria”. Il ginecologo le aveva tolto ogni speranza. Ma la fede arriva dove la scienza non può. Così la coppia si rivolge al Beato Gaetano Errico con fede, devozione e insistenza e ottiene il dono di un bellissimo figlio, che per devozione chiama Gaetano. Dal 17 dicembre 2005 la Congregazione per le Cause dei Santi studia il caso e il 5 ottobre 2006 la Consulta medica, dopo ampia discussione, all’unanimità giudica inspiegabile sia l’avvenuto concepimento sia lo svolgimento della gravidanza spontanea, conclusasi con un parto pretermine e con un neonato sano e vitale. Il 19 dicembre 2006 anche il Congresso speciale dei Teologi esprime parere affermativo, ravvisando nel caso in esame un miracolo operato da Dio per intercessione del Beato Gaetano Errico, e si augura che la canonizzazione del Beato possa giovare notevolmente alla promozione spirituale e sociale dell’aerea a nord di Napoli, dove è vissuto il Beato, la quale è ricca di fede e risorse umane, ma anche bisognosa di segni tangibili di speranza. Il 5 giugno 2007 la Congregazione dei Cardinali e dei Vescovi ascolta la relazione di S. Ecc.za Mons. Lorenzo Chiarinelli, Vescovo di Viterbo e Ponente della Causa, e dà parere favorevole. Il 6 luglio 2007 Il Papa Benedetto XVI firma il decreto per la canonizzazione del Beato Gaetano Errico. Il 12 ottobre 2008 lo proclama santo.

L’augurio del Cardinale Michele Giordano ai Missionari dei Sacri Cuori e al popolo di Secondigliano: “Speriamo che presto sia canonizzato”, è diventato realtà. “Mamma mia, fammi santo, presto santo, grande santo”, la preghiera, che sempre il Beato faceva, è stata esaudita. La profezia della gente: “Il figlio di zia Maria è un santerello, è un santo e si deve fare santo”, s’è avverata. Don Gaetano Errico, “O Superiore” di Secondigliano, è il Santo della sua gente, che tale l’ha sempre considerato.

Gaetano Errico, come santo, arriva oggi perché ora più che mai abbiamo bisogno di chi, come lui, ci parli di misericordia piuttosto che di giudizio e ci sproni a solidarizzare con i fratelli bisognosi, donando un sorriso, un piatto caldo, un lavoro onesto, un sostegno morale e materiale, il cuore ed anche la vita. Ritorna, come prete e missionario, per incoraggiare i tanti pastori di anime in frontiera a non mollare nell’annuncio del vangelo del perdono, dell’amore scambievole e della solidarietà e nel richiamo continuo ai valori morali ed eterni che caratterizzò tanto la sua azione pastorale e la sua infuocata predicazione. Tutti i testimoni hanno deposto al processo di canonizzazione il miglioramento al suo tempo della vita morale e sociale, grazie alla sua presenza instancabile. Ritorna, come apostolo dei Sacri Cuori, per invitare tutti a ritornare al Cuore, che per lui significa convertirsi a Dio, metterlo al primo posto. Davanti allo smarrimento esistenziale con la perdita dei valori cristiani il “nuovo santo” nelle sue prediche ci indica la strada per salvarci dallo sbando totale: rifugiarci nel Cuore di Cristo e in quello immacolato di Maria, perché in loro possiamo trovare il riparo dalle tentazioni: “Come gli uccelli si ritirano nei forami delle pietre e ivi sono sicuri dai cacciatori, così le anime che si ritirano nel Cuore di Cristo sono sicure dalle insidie del diavolo”; il porto, per salvarci dal naufragio: “Noi peccatori per la ferita del Cuore di Cristo possiamo entrare nel porto della salute”; la fonte per dissetarci con l’acqua della salute: “Correte alla fonte del Cuore di Cristo, perché vi troverete acqua e salute”, il luogo per sperimentare che Dio è Amore che perdona: “Ritornate, peccatori, ritornate. Ritornate con cuore contrito. Gesù è quel pietoso divino pellicano, che farà scorrere dalla ferita del suo Cuore divino sopra le nostre anime il suo sangue prezioso. Ritornate con cuore contrito e umiliato, perché egli non vi disprezza. Convertitevi a Lui, perché egli si convertirà a voi”.

Gaetano Errico è un assertore convinto che la storia dell’uomo si giochi nel cuore. Perciò il suo impegno a tutto campo è per convincere l’uomo a credere nell’amore tenero e misericordioso dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, che possono arricchirlo del vero amore, insegnargli ad amare Dio e il prossimo e liberarlo dai falsi amori. Per il nostro santo la purificazione e il rinnovamento del cuore umano passano per la fornace ardente dei Sacri Cuori, per questo, concludendo le sue lettere, scrive: “Vi chiudo nei Sacri Cuori”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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INDICE

 

Presentazione                                                                    1
Questo bambino farà un’opera in Secondigliano          4
Ecco il santo che passa                                           6
Sacerdote zelante                                                   8
La chiesa dell’Addolorata                                         10
L’opera voluta da Dio                                                        13
Il Carisma di Gaetano Errico                                           16
Che servo di Dio                                                     18
È morto un santo                                                    19
Verso la beatificazione                                          20
La beatificazione – 14 Aprile 2002                           21
Santo                                                                           23
Bibliografia                                                               25