Premessa
 
Don Gaetano, dalla cattedra come dal pulpito, a dispetto della grande audience che ovunque otteneva, non si poneva il problema del successo e di pubblico e di critica, si poneva il problema che ciascuno dei suoi allievi imparasse e che ciascuno dei suoi fedeli amasse di più il buon Dio.
E però doveva fare i conti con il limite oggettivo della scuola e della predica, determinato dal fatto  si tratta di azioni comunicative di gruppo. Come ben sanno gli insegnanti e i direttori di spirito, non si dà né apprendimento né conversione di gruppo: apprendimento e conversione sono personali.
       La tradizione culturale laica non è mai riuscita a risolvere definitivamente la questione del rapporto tra individuo e gruppo, tra individuo e istituzioni (famiglia, scuola, partito, Stato), tra individuo e società. Ha cercato delle mediazioni, oscillando tra individualismo e collettivismo, tra singolo e massa, tra privato e pubblico. Oggi, crollate le ideologie della modernità (comunismo, liberalismo e derivati vari), si è data via libera all’individuo, attribuendogli la titolarità di tutto: dei diritti, dei servizi, delle istituzioni. E soprattutto la titolarità di se stesso. Come dire che ognuno è il manufatto di se stesso, si autoproduce, si autogoverna. Ogni individuo è regola di se stesso e misura della società e del mondo. Successo vistoso dell’individualismo, ma disagio altrettanto vistoso dell’individuo, per risolvere il quale si sono sviluppate molte discipline a forte connotazione psicologica.
I tecnici della psiche hanno sostituito i preti e spesso sostituiscono i medici. Farebbero un lavoro meritorio se non fosse che il risultato su cui puntano è quasi unicamente quello di conciliare l’individuo con se stesso, di adattarlo a se stesso, obbligandolo in pratica a deglutire la pillola della sua solitudine, senza fornirgli motivi e valori per reggerla.
Anche nella tradizione cristiana il rapporto tra la Chiesa e l’individuo ha subito alterne vicende: in alcuni momenti si è puntato tutto sulla salvezza individuale, in altri momenti si è esaltato il valore della comunità. La soluzione definitiva forse non è ancora stata elaborata e però la cultura cristiana – glielo riconoscono anche i laici – dispone di concetti e di strumenti in grado di alimentare un rapporto creativo tra l’individuo e la Chiesa.
Il concetto base è quello di comunità. La comunità ecclesiale, a differenza delle istituzioni sociali, non nasce sulla base di funzioni da svolgere o di servizi da erogare, ma si costituisce per raggiungere obiettivi che individuo e comunità condividono ma che vanno anche oltre l’individuo e la comunità.
Il rapporto tra Chiesa e individuo è stabilmente instabile: l’instabilità è determinata dalle turbolenze prodotte dal conflitto radicale tra bene e male, tra Grazia e peccato, ma anche dai rapporti con il mondo esterno, dalle sfide continue poste dall’evoluzione sociale e culturale, dalle variazioni delle relazioni interne, che sfociano spesso in dolorose divisioni. Per non implodere la Chiesa deve ricercare continuamente nuovi equilibri a livelli sempre diversi. In altri termini deve crescere nella comprensione della verità, ma anche nella competenza relativa ai servizi che offre ai suoi fedeli e a tutti gli uomini.
Mentre la società civile, dovendo riferirsi unicamente a se stessa, può anche essere centrata sulla stabilità e sulla invariabilità e resistere ai cambiamenti, la Chiesa è costretta a essere sempre in cammino, sempre in progressione. La Chiesa non protegge i singoli e la comunità, li espone alla Grazia, cura i loro investimenti in salvezza, li stimola alla responsabilità, al rischio, all’azione. La Chiesa è un cantiere in cui tutti sono impegnati nella costruzione del Regno.
 
 
Una scelta provocatoria
 
Non ci siamo concessi elucubrazioni estemporanee. Abbiamo solo cercato delle chiavi per leggere in profondità un’eccezionale scelta pastorale fatta da don Gaetano: dedicare quarantatre anni della sua vita al ministero delle confessioni. Si tratta di un investimento nel quale ‘o Superiore doveva necessariamente credere molto. Oggi noi possiamo anche dire che si è trattato di una risposta molto creativa ai reali bisogni delle persone del suo tempo. Creativa e attuale.
Pensate prima di tutto al contesto in cui don Gaetano ha deciso una strategia pastorale del genere. In un momento storico di grande confusione, di debolezza dello Stato e degli individui, di tensioni sociali di ogni genere, di povertà culturale e spirituale del clero, di progressiva frattura (ne parleremo più avanti) dell’Italia in due tronconi, Gaetano Errico decide di chiudersi per ore e ore nel confessionale, ad ascoltare soprattutto le confessioni degli uomini. Un bizzarro maschilismo il suo, come se i peccati maschili fossero più gravi e urgenti di quelli femminili.
Fuori si trama, si combatte, si soffre la povertà e la violenza e don Gaetano confessa, fino all’esaurimento. I confratelli sono allibiti della sua resistenza. Dal 1817, anno in cui prende la patente di confessore, fino alla morte. Quarantatré anni.
Proviamo a evidenziare la strepitosa modernità con cui don Gaetano affronta questo delicato lavoro del suo ministero.
L’aspetto vincente (come si direbbe in pubblicità) è la sua disponibilità – di giorno, di notte, in tutte le ore libere dalla scuola e da altri compiti ministeriali (la Messa e le altre azioni liturgiche), don Gaetano è a disposizione. Il penitente è dispensato da ogni ricerca, da ogni fatica, da ogni disagio: sa che c’è ed è lì per lui. Un servizio ventiquattr’ore su ventiquattro, una specie di telefono verde sempre attivo.
Il secondo elemento caratteristico è la stringatezza del colloquio. Don Gaetano non concede nulla al narcisismo, cori cui troppi peccatori esibiscono la loro colpa motivandola nelle più strane, spesso nel patetico tentativo di assolversi da soli. A don Gaetano servono poche parole per capire peccato e peccatore. Sembra un approccio psicologicamente (rozzo e invece è proprio l’acume psicologico di don Gaetano e la sua abilità di terapeuta della coscienza ad adottare una tattica del genere.
Nel gioco tra Grazia e peccato, il confessore normalmente sceglie tra due sole possibilità: o mette il penitente davanti a Dio e si defila; o mette il penitente davanti a se stesso e amministra la Grazia come se fosse roba sua. Don Gaetano né si defila né si frappone tra Dio e il penitente. Entra direttamente nel gioco potente e spesso drammatico, imprimendo alla sua azione sacerdotale la più rischiosa funzione: quella di farsi garante presso il Giudice della decisione del peccatore di redimersi.
Chi si confessa da don Gaetano trova un prete che riconosce la sua ombra e il suo passo. Che lo accoglie, senza bisogno che si scusi. Che gli imbandisce subito il banchetto della Grazia. Certe assoluzioni di don Gaetano a certi personaggi noti per la loro vita poco raccomandabile sorprendevano confratelli e fedeli.
Il penitente si trova al centro di una duplice proposta di amore: quella di don Gaetano, che si schiera sempre dalla sua parte, non lo giudica e lo accoglie come un fratello; e quella di Dio, da don Gaetano presentato come padre affettuoso, tutto preoccupato della felicità dei suoi figli.
L’abilità di don Gaetano nella confessione sta nello spostare il conflitto tra bene e male dal piano della giustizia al piano dell’amore. La Grazia e la dannazione rappresentano entrambe lo strapotere di Dio e rischiano di annientare la libertà dell’uomo, sia quando pecca che quando si converte. L’more no: l’amore è un dono che lascia liberi.
 
 
La paura di Dio
 
Tutto questo oggi forse sorprende poco. La confessione non risulta alla maggioranza come un sacramento così drammatico e innovativo e viene assimilata più a un colloquio di sostegno psicologico, da cui si ricava qualche utile indicazione per star bene con se stessi. Oggi Dio ha una faccia più gradevole e il grande dramma del rapporto tra libertà e salvezza, tra Grazia e peccato è fuori moda. Preferiamo il musical della new age, distensivo e rassicurante, all’inquietudine agostiniana del cuore in cerca di Dio.
Don Gaetano Errico è un grande lottatore e con la confessione affronta due tragedie del suo tempo, quella socio-culturale della rivoluzione che divora i suoi figli e quella etico-religiosa del giansenismo che terrorizza le coscienze, rendendole inabili a scelte di libertà.
Della rivoluzione abbiamo detto qualche cosa: è il tentativo di imporre con la violenza un ordine nuovo, progettato semplicemente contro l’ordine vecchio, rappresentato dal feudalesimo, dalla monarchia, dalla Chiesa, ma non collegato ai reali bisogni delle persone, soprattutto di quelle più povere. La rivoluzione predica ai ricchi una salvezza sociale di cui solo i poveri avvertono la reale necessità, ma ne sono tagliati fuori o sono impiegati come massa di manovra e carne da cannone.
Il giansenismo è un movimento più subdolo che, pur nascendo in campo religioso, diventa movimento politico.
Cornelio Giansenio (1585-1638) era un teologo olandese, insegnava a Lovanio e divenne Vescovo di Yprès. Poco gli mancò di diventare Cardinale. In una sua famosissima opera, Augustínus, pubblicata dopo la sua morte nel 1641, affrontò una serie molto rischiosa di questioni allora al calor bianco: il rapporto tra Grazia e libertà umana, tra Vescovi e religiosi, tra Gesuiti e università, tra potere civile e potere papale sul clero. Papa Urbano VIII condannò l’opera in prima battuta e il successore Innocenzo X specifico che, a essere contrarie alla dottrina corretta della Chiesa, erano soprattutto cinque affermazioni presenti nell’opera stessa. In queste proposizioni Giansenio avrebbe sostenuto che Dio ci salva indipendentemente dai nostri peccati e dalla nostra libertà, per sua decisione imperscrutabile e senza che noi possiamo metterci qualche cosa di nostro, perché siamo irrimediabilmente portati a peccare.
I seguaci di Giansenio negavano che quelle cinque proposizioni appartenessero al pensiero del Vescovo di Yprès, ma la polemica si estese e si trasformò in due modi diversi di vedere e di vivere il cristianesimo: uno razionale, rispettoso della libertà umana e della sua capacità di fare il bene e dunque di meritarsi la salvezza, sostenuto in prevalenza dai Gesuiti; l’altro più irrazionale ed emotivo, spostato dalla parte del cuore, che attribuiva solo a Dio la decisione e la possibilità di salvarci. A schierarsi a favore di una tesi o dell’altra sono intervenute personalità molto in vista: Pascal, ad esempio, si schierò con i giansenisti, assieme al padre Quesnel e alle suore del monastero parigino di Port-Royal, ma anche nel parlamento di Parigi, alla Sorbona e presso la grande nobiltà il giansenismo trovò importanti adesioni; contro si schierarono invece la corte, l’alto clero e gli ordini religiosi più a contatto con il popolo come i Cappuccini.
 
Inevitabile che la discussione assumesse una piega politica. Toccava infatti delicate questioni come il potere e l’autorità del Papa, in materia di fede, ma non solo. Prende progressivamente corpo l’idea che il deposito della fede e la fonte dell’autorità appartengano a tutta la Chiesa, e che un cristiano sia tale per il sentimento interiore che coltiva più che per la sua adesione alle regole formali dell’istituzione ecclesiastica.
Deriva di qui quel “giansenismo devoto” che colorerà di sé la spiritualità cristiana per tutto il settecento, fino alla fine dell’ottocento e oltre, fatto di rigorismo morale, di timore verso Dio, di terrore dell’inferno, di valutazione negativa della libertà umana e della sua capacità di fare il bene. Ad adeguarsi è la borghesia benestante, colta e bigotta, ma anche le masse popolari di vari paesi, dal momento che non disponevano di una proposta cristiana alternativa.
Uno dei più efficaci antagonisti del giansenismo è stato sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787) di Marianella (Napoli), morto a Pagani, un paesone a circa trenta chilometri da Secondigliano, quattro anni prima della nascita di Gaetano Errico. Il pensiero e la spiritualità di sant’Alfonso hanno profondamente segnato la vita della Chiesa meridionale, ma anche di quella italiana ed europea. La sua straordinaria opera Teología morale è un testo fondamentale della cultura moderna. Per non dire del suo impegno pastorale di sacerdote, di fondatore dei Redentoristi e di Vescovo.
Don Gaetano Errico avrebbe in effetti voluto entrare fra i Redentoristi, ma – come vedremo – sarà lo stesso sant’Alfonso a dirgli che il suo vero mandato sarebbe stato quello di rendere ancora più incisiva e attuale la sua intuizione apostolica, fondando un’altra Congregazione da impegnare nella grande battaglia contro la paura di Dio.
Ai suoi tempi la “paura di Dio” si era come incarnata in quelle due manifestazioni sociali e culturali della rivoluzione e del giansenismo di cui abbiamo detto. La prima nega che Dio abbia un volto e lo riduce alla funzione astratta della ragione (la dea Ragione); il secondo sostiene che Dio ha un volto cattivo o quantomeno molto ma molto severo. La questione non è di poco conto per il semplice motivo che se non disponiamo di un’immagine di Dio non sappiamo nemmeno qual è l’immagine dell’uomo: il volto di Dio e il volto dell’uomo sono speculari. Un uomo senza volto è un uomo senza storia. Un Dio senza volto è un dio senza cielo. Inutili.
Ai tempi di don Gaetano – molto simili ai nostri tempi che sono appunto tempi di transizione, di mutazione profonda lo scontro era radicale: in nome della Ragione, gli illuministi rivoluzionari pretendevano di ridisegnare il volto dell’uomo sulla base di un utopistico modello di libertà, uguaglianza, fraternità; i giansenisti ritenevano che l’unico modello reale fosse invece quello deturpato dal peccato e detestato da Dio. In entrambi i casi alla povera gente veniva negata la dignità di un volto, perché ignorante e schiava dei suoi bisogni o perché schiava del peccato.
Gaetano Errico si ribella con tutte le sue forze a questo tradimento del volto di Dio e dell’uomo e adotta due strategie complementari: la catechesi (predicando incessantemente), per illustrare a tutti il significato dei tratti fisionomici di Dio e dell’uomo, e la confessione, per convincere individualmente il maggior numero di persone che il peccato sporca la nostra somiglianza con Dio ma non la distrugge. Se noi lo vogliamo Dio è disponibile a restaurarla, a ridarci i suoi lineamenti. A ridarci una faccia accettabile, una faccia da figli.
 
 
Il cuore di Dio
 
Don Gaetano non è un uomo della restaurazione, ma è un uomo del cambiamento reale. La centralità che lui attribuisce alle persone, dedicando la vita alla loro istruzione e alla loro formazione religiosa, oggi è da tutti riconosciuta come la chiave del successo di ogni organizzazione, si tratti della famiglia, dell’impresa, del partito, della Chiesa.
Con la catechesi e, soprattutto, con la confessione don Gaetano riporta le persone al principio di realtà: le inette in condizione di esplorare i propri limiti ma anche le proprie potenzialità.
Risposta troppo debole e nobile rispetto alla brutalità della violenza e dello sfruttamento delle popolazioni meridionali, di cui ancor oggi vediamo le manifestazioni? Domanda micidiale per un prete come per un politico. Ma non per un santo.
La volessimo prendere alla larga potremmo leggere l’esperienza del Cristo come un fallimento e quindi proiettare il tutto in un futuro poco definito in cui compariranno il nuovo cielo e la nuova terra. Ma il principio di realtà, oltre che il Vangelo, ce lo impedisce. Il nuovo cielo e la nuova terra o sono già in atto o restano nella fantasia.
Don Gaetano spiega alla sua gente che il nuovo ordine del mondo è già stato costituito, che la nuova storia è già iniziata. Serve prenderne atto e soprattutto intervenire. La vera rivoluzione è la conversione, che è una specie di inversione a U: se non Si vuole andare alla deriva bisogna ritornare all’uomo e a Dio. Bisogna ritornare al futuro.
Proposta coraggiosa e difficile ai suoi tempi, perché non c’era niente che potesse fornire a un povero i mezzi, oltre che il cuore, per una simile impresa. Don Gaetano soffre questa situazione facenelosi povero tra i poveri, ammannendo se stesso dal momento che non dispone di sostanze da distribuire. Va incontro al povero che lavora come a quello che devia, che lo cerca per confessarsi come a quello che lo cerca per accopparlo e non può far quasi altro che abbracciarlo.
In questo abbraccio rinnova il gesto del Cristo con il lebbroso, con la Maddalena, con il bambino della vedova di Naim e persino con Giuda, di cui accetta il bacio mortale. Ma con questo abbraccio dà a tutti la dimensione del cambiamento profondo introdotto nella storia e nella vita delle persone. E dà anche un giudizio senza appello su un sistema politico ed economico di rapina.
Non è un caso che i santi meridionali dell’ottocento e del novecento abbiano tutti privilegiato la spiritualità sull’azione sociale. In un ambiente governato da una politica paternalistica dell’assistenza, che perpetuava se stessa aggravando i bisogni della gente, non ha senso fornire un’assistenza alternativa se non la si accompagna alla promozione di una cultura alternativa. È ciò che hanno fatto i santi meridionali, da don Gaetano a Bartolo Longo (1841-1926), da Eustacchio Montemurro (1857-1923) a Giacomo Cusmano (18341888), ad Annibale di Francia (1851-1927), a Ludovico da Casoria (1814-1885).
Don Gaetano Errico ritiene che l’alternativa alla cultura dominante consista in quella visione del mondo proposta dal Vangelo, in base alla quale la fraternità degli uomini è fondata non su una dichiarazione universale, ma sulla concreta paternità di Dio. La confessione significa andare “tra le braccia del Padre e quel Dio di bontà e di misericordia ricchissimo non vi scaccerà dalla sua faccia e dalla sua presenza e, a preferenza di ogni altro, vi abbraccerà qual figliolo perduto, vi accoglierà nel suo seno e farà sovrabbondare la Grazia”.
La confessione significa ristrutturare il problema del peccato: da problema della colpa da espiare a problema del cambiamento da intraprendere, grazie al perdono. Negli appunti di una predica sulla Confessione sacramentale leggiamo:
 
“Questa mattina, secondo l’espressione della Madre Chiesa, io posso chiamare necessari i vostri peccati, felici le vostre colpe, perché avete trovato questo divino e misericordioso Padre, che a tutti vuol perdonare, ogni colpa vuole assolvere e cancella ogni enorme delitto di qualsiasi peso, enormità e lordura”. Secondo don Gaetano la politica della misericordia è versione più efficace della politica dello sviluppo sociale, perché risponde più concretamente ai bisogni reali delle “popolazioni situate nei villaggi, nelle terre, nelle campagne”. A questa politica riservata alle anime “abbandonate” e “bisognose” don Gaetano vota i suoi missionari, che invita a confessare e a “istruire i poveri peccatori”. Lo sviluppo ha una dimensione economica e tecnica, ma anche culturale.
Don Gaetano, che vive in un ambiente sociale economicamente e culturalmente degradato, punta giustamente sul recupero morale dei suoi compaesani, inteso come recupero della loro dignità, delle loro capacità di cambiare e di agire per obiettivi validi. Apparentemente potrebbe risultare la strada più lunga e indiretta per ottenere dei risultati, ma il fallimento ormai storicamente consolidato di tutti i piani di sviluppo con cui si è cercato in Europa, nelle colonie e in tutto il mondo di inventare dei modelli socio-economici che mettessero d’accordo il benessere delle persone e quello delle comunità sociali mette in evidenza come lo sviluppo reale non ammetta scorciatoie: se non dai alle persone il volto e la parola, se non valorizzi la loro dignità umana, tutto si trasforma in conflitto, conquista, sopraffazione, intrusione, violenza.
Significativamente don Gaetano non enfatizza un modello al posto di un altro, non esaspera l’importanza metodologica. Da uomo pratico sostiene che “dove ci vuole rigidezza, usate la rigidezza e dove ci vuole la dolcezza, usate la dolcezza”. La diversità delle persone è tale che nelle proposte di rinnovamento e di crescita bisogna mantenere intatta la ricchezza creativa del buon Dio, il quale non agisce secondo i manuali di morale o di economia, ma secondo misericordia. La misericordia ha questo di speciale, che evidenzia chiaramente le opportunità di cambiamento intrinseche in ogni errore, in ogni peccato.
Alla rivoluzione che sfocia nel terrore, don Gaetano oppone la rivoluzione della misericordia.
 
 
La guida
 
Divenuto famoso come confessore, don Gaetano viene scelto da molti come direttore spirituale e come consigliere. Don Donato Giannotti, dell’arcidiocesi di Capua, a sua volta fondatore di una Congregazione femminile e apostolo sociale molto attivo, riconosce a don Gaetano “finezza della perfezione interiore, il senso vero e giusto dell’ascetica cristiana e soprattutto l’arte difficile di ben guidare le anime”.
Il segreto del suo successo lo spiega lui stesso: “Riusciremo a intendere molto di più le difficoltà degli altri, quando le soffriremo personalmente”. Più che identificarsi con il suo interlocutore, don Gaetano è una guida che partecipa al cammino, alla ricerca, alla sofferenza di chi si rivolge a lui. Ascolta con partecipazione, con empatia. Ascolta senza pregiudizi e precomprensioni: non gli interessa giudicare, ma aiutare la persona a cambiare, a risolvere il problema.
E sono sacerdoti, suore, mamme di famiglia, giovani incerti nella vocazione ad affidare alla sua competenza e al suo acume la loro anima. A differenza della figura classica del direttore di spirito dei suoi tempi che pretendeva obbedienza assoluta in cambio di consigli non sempre azzeccati – quanta gente hanno… santificato i direttori di spirito! – don Gaetano punta sulla fiducia, sul rapporto caldo. Che è esigente, ma non impositivo. Che richiede tecniche adeguate e competenza, ma tutto sommato risponde alle dinamiche del rapporto affettivo.
La sua corrispondenza è molto vasta e si caratterizza, ancora una volta, per la stringatezza e l’incisività: poche parole, poche indicazioni, come sempre quando si tratta di produrre comportamenti diversi. Educatori e direttori di spirito sono sempre molto preoccupati di dire, di dire tutto e non tengono conto, a volte, che l’efficacia della comunicazione dipende dall’ascolto e dalla chiarezza tematica, dal clima affettivo che si instaura.
La perizia comunicativa di don Gaetano è evidenziata dal notevole numero di personalità, religiose ma anche civili, che a lui si rivolgono per motivi diversi. Parliamo di Vescovi, di Cardinali, di sindaci e consiglieri comunali e anche del re Ferdinado II e dei suoi collaboratori in grado più elevato.
Don Gaetano era una persona molto intelligente, uno spirito acuto che capiva bene le persone che gli stavano davanti. Era un uomo di Dio, dotato di una raffinata sensibilità per il prossimo e i suoi problemi. E però un successo del genere è anche da attribuire alla sua straordinaria abilità comunicativa, centrata sull’ascolto. Un ascolto mette l’interlocutore nella condizione di doverti dire tutto quello che attiene al problema che lo riguarda. Non può nascondersi dietro le parole, dal momento che chi l’ascolta non ne pronuncia. Costretto a fare i conti unicamente con quello che dice, finisce con il presentare la sua esperienza e il suo problema in modo molto vicino alla realtà. Don Gaetano, che è un tipo che punta ai fatti, ottiene gli elementi giusti per configurare il problema ed elaborare una soluzione. Gli si attribuisce anche della preveggenza, della capacità di guardare molto lontano. Si tratta dell’effetto realtà: se non è manipolata, la realtà rivela tutta la sua profondità, è trasparente e dunque svela anche i suoi sviluppi futuri. I santi, che sono sempre dei mistici perché sanno immergersi nell’essere fino a raggiungere il contatto diretto con l’Essere divino, vedono molto lontano. Sono dunque tipi molto concreti, come don Gaetano, dalla vista acuta. Il futuro lo possono benissimo anticipare.
Don Gaetano è diventato famoso, oltre che per la parola, per la preghiera: quando ci si affidava alla sua preghiera si otteneva il meglio. Siamo nella stessa logica: la preghiera è meno un modo di parlare a Dio che un modo di ascoltarlo. Se lo ascolti, Dio sa rispondere ai bisogni che conosci e anche a quelli che ti sono sconosciuti. Il contatto con Lui ti libera dai tuoi limiti. Sei salvo.
Quelli di Secondigliano e dintorni dicevano che don Gaetano era un santo. Lui reagiva con la penitenza, con i flagelli, con la preghiera. Non si trattava del rifiuto dispettoso di un prete geloso della propria capacità di amministrare il divino, ma del rinforzo del principio di realtà. Che gli altri ti chiamino santo non modifica quello che sei realmente. A te conviene la modestia del vivere, l’umiltà appunto, per tenere sempre in vista i tuoi limiti e le tue possibilità.
Ferdinando Il gli concede ingresso libero a corte e si permette persino di riceverlo in camera da letto. Scivolata di stile di un sovrano che vorrebbe don Gaetano confessore anche del figlio e che, per riconoscenza, vorrebbe proporlo come Vescovo. I re del tempo avevano anche queste prerogative. La diplomazia di corte si muove: una persona di fiducia del re contatta don Gaetano. Ma lui rinuncia. Per umiltà, dicono i biografi. E se avesse rinunciato perché aveva altro da fare?