Storia e fascino della predica
 
La missione è la ragion d’essere della Chiesa. Essa viene fondata per diffondere la conoscenza e la pratica del Vangelo tra tutti gli uo-mini. I primi apostoli e i primi cristiani vivono da missionari: diffon-dono la fede con la parola e con la vita. L’annuncio della Parola e il martirio si rivelano, in effetti, come gli strumenti più efficaci per la diffusione del cristianesimo.
Il significato e il valore di una scelta come quella di don Gaetano Errico, il fondatore dei Missionari dei Sacri Cuori, si rifanno ad una tradizione pastorale che affonda le sue radici negli albori del cristiane-simo. Per non prenderla troppo alla larga, ai fini della nostra storia e della nostra ipotesi basta annotare come il problema degli strumenti di evangelizzazione si sia posto nello stesso modo dagli inizi della Chie-sa fino a qualche decennio fa. Nel senso che si è privilegiata la tra-smissione orale della fede, per motivi teologici, liturgici, tecnici (il li-bro e la scrittura sono state tecnologie poco diffuse e poco incisive) e culturali, dal momento che l’analfabetismo ha caratterizzato le società europee e mondiali fino a qualche decennio fa.
L’evangelizzazione doveva puntare dunque sulla parola parlata, per cui la predica, l’omelia, il sermone, il dibattito e tutte le altre versioni del discorso sono state impiegate per diffondere la conoscenza delle verità cristiane e per promuovere la pratica del Vangelo.
Nello sterminato patrimonio della cultura cristiana, la produzione scritta di argomento religioso è stata notevole, ma è significativo che una elevata percentuale di questa produzione scritta sia rappresentata appunto da raccolte di prediche e di sermoni, destinati a tutte le ricor-renze liturgiche e le esigenze catechistiche e a target diversi di fedeli. In testa alla classifica di questa editoria ci sono ovviamente le raccolte dei sermoni dei predicatori classici come i Padri della Chiesa, come Agostino, Gregorio Magno, Cesario di Arles. Ma le raccolte di mag-gior diffusione e impiego sono quelle delle prediche domenicali, delle prediche per le feste particolari, diffuse tra il clero a firma di vari ve-scovi o abati o sacerdoti particolarmente preparati. Il Concilio di Tren-to preciserà che il vescovo deve considerarsi come il responsabile primo della predicazione e della istruzione del clero e del popolo. A lui spetta il compito-dovere di preparare dei sacerdoti che lo coadiuvi-no nella predicazione.
Se nei primi secoli della Chiesa la maggior preoccupazione dei ve-scovi e dei sacerdoti era quella di estirpare abitudini pagane e pratiche magico-sacrali, legate quasi sempre al culto della fertilità, in seguito diventa sempre più importante istruire il popolo sui principi fondanti la religione e la vita civile, ad essa era strettamente connessa. La pre-dicazione, per secoli, diventa così l’unica forma di istruzione dei popo-li in Europa: sono ben poche le persone che hanno accesso alle scuole. Da strumento di evangelizzazione essa diventa gradualmente strumen-to di consenso e di controllo sociale, impiegato dal clero e governato dal potere politico. Ieri si controllavano i pulpiti come oggi si control-lano le reti televisive.
Carlo Magno, che si riteneva responsabile anche dell’evangelizza-zione oltre che dell’amministrazione del suo Impero, aveva reso obbli-gatorio una specie di schema delle prediche da tenersi ai fedeli “per timore che i preti inventino e raccontino al popolo cose nuove e non canoniche”.
La storia del popolo cristiano è scritta in prevalenza dai grandi missionari – da Bonifacio, a Cirillo e Metodio, ai numerosissimi espo-nenti degli Ordini Mendicanti – che hanno evangelizzato l’Europa, prima di tutto, attraverso la predicazione. Era tale l’importanza che si attribuiva in tutto il Medio Evo alla professione del predicatore popo-lare, che a sceglierlo, per le circostanze e le feste più importanti, erano gli amministratori delle città. Un predicatore poteva convertire ma an-che mettere a soqquadro un paese. Le conversioni e le ribellioni parto-no entrambi da una predica, il che spaventa molto l’autorità costituita.
A dare l’idea della straordinaria importanza che la predicazione ha rivestito nella  storia del popolo cristiano bastano i numerosi manuali di tecnica della predicazione che si sono diffusi in tutta Europa, so-prattutto nei sec. XVII e XVIII. Si va dalle tecniche di respirazione al-la dizione, dal modo di organizzare il discorso per fare colpo, alle rac-colte di esempi da citare, alle malizie della postura del predicatore, cui si suggerivano effetti speciali di ogni genere, compreso quello di fla-gellarsi in pubblico o di nascondersi dietro l’ambone del pulpito per imitare la voce d’oltretomba dei dannati dell’inferno.
La predica diventava momento clou di una specie di sacra rappre-sentazione che affascinava la gente, la quale poteva contare sul alter-native spettacolari molto più modeste e meno efficaci, come gli spet-tacoli ambulanti dei saltimbanchi o le osterie.
Tra i modelli di predica che hanno maggiormente influenzato la vi-ta religiosa e sociale europea ci sono le prediche di missione. Sono specialisti (sec. XVII) di questo modello di prediche grandi missionari come Vincenzo de’ Paoli, Giovanni Eudes, Bourdoise e Julien Mau-noir, i quali si propongono di catechizzare gli adulti, come i bambini, allo scopo di insegnare almeno i rudimenti delle fede. Dopo il 1720 questo incarico passa ai parroci, che con il sermone domenicale sem-brano in grado di poter assicurare una istruzione religiosa elementare. Ma è chiaro che servono azioni più incisive ed efficaci, dal momento che il senso religioso tende ad affievolirsi. Grignion de Monfort (1673-1716), fondatore dei Missionari della Compagnia di Maria, ri-tiene necessario rilanciare le missioni al popolo per “rinnovare lo spi-rito del cristianesimo nei cristiani”.  Si punta soprattutto sulla predica-zione e sono i Lazzaristi, i Cappuccini, i Gesuiti, i missionari della Compagnia di Maria, che diventano gli specialisti delle missioni popo-lari.
“All’opposto dell’eloquenza troppo spesso pomposa delle celebra-zioni dell’Avvento e della Quaresima, lo stile del predicatore missio-nario tende ad essere semplice, diretto, accattivante. Questo è anche l’obiettivo del parroco nella sua predica domenicale. Ma mentre que-st’ultimo, indirizzandosi domenica dopo domenica allo stesso uditorio annoiato, non ha peggior nemico della noia che sorge dall’uniformità, il missionario ha invece l’enorme vantaggio di essere lo straniero ve-nuto a stabilirsi nella parrocchia per un breve periodo e la cui stessa venuta, rompendo la monotonia dei lavori e dei giorni, non può fare a meno di destare interesse e curiosità.
Per deliberata iniziativa dei missionari, che sfruttano il vantaggio di questa favorevole situazione iniziale, la missione è sempre un dramma di cui essi curano la messa in scena e del quale gli abitanti della parrocchia e delle parrocchie vicine sono, ad un tempo, gli attori e gli spettatori. Questo è vero non solo per le grandi riunioni e le pro-cessioni che segnano alcuni momenti principali – soprattutto la ceri-monia di chiusura, nella quale viene piantata la croce – ma anche per le numerose predicazioni che sono l’ossatura stessa della missione. A meno che la parrocchia sia molto piccola, la popolazione viene divisa in diversi gruppi secondo l’età, il sesso, la condizione sociale e profes-sionale: bambini, donne e ragazze, uomini e giovani, domestici, ed e-ventualmente nobili e borghesi” .
In Italia, dopo il 1815, la religiosità collettiva sembra riorganizzar-si attorno ai cardini tradizionali delle celebrazione dei sacramenti, del-la messa domenicale, della festa patronale e delle grandi celebrazioni del Natale, della Pasqua, del Corpus Domini. Troppe, secondo Ludo-vico Antonio Muratori, che a metà del secolo precedente, aveva regi-strato il “fastidio” per l’eccesso di giorni festivi, resi obbligatori dalla Chiesa e dallo Stato, che penalizzavano le attività e gli affari della nuova borghesia e della prima industria.
Segnale significativo, che cresce soprattutto nelle città, per effetto dell’evoluzione economica ma anche del diffondersi di una mentalità laicistica e antiecclesiastica e del calo della pratica religiosa, soprattut-to tra le classi emergenti della media borghesia urbana che invoglie-ranno all’imitazione anche quella rurale. Il livello di alfabetizzazione cresce, sia pure a macchia di leopardo, anche se alla riduzione in asso-luto degli analfabeti in realtà corrisponde l’aumento del semianalfabe-tismo: gente che sa fare la propria firma o poco più ma non è in grado di leggere e capire un documento un po’ complesso.
Per quanto riguarda le attività pastorali, “tra il 1820 e il 1830, e poi in modo ricorrente per tutto il secolo, furono celebrate sacre missioni ed esercizi al popolo. Più che nelle città le missioni furono intense e frequenti nelle parrocchie rurali di pianura e di collina. Su alture o al limitare del centro abitato furono eretti non più alberi della libertà, ma croci e cappelle a ricordo della rinnovata conversione. La Via Crucis con le sue 14 stazioni divenne una forma di devozione e di istruzione diffusa anche nelle parrocchie più sperdute”
Non dispiaccia se abbiamo dato un certo spazio alla storia e alla descrizione di questa forma di attività pastorale: penso che la maggior parte dei lettori di questo libro, autore compreso, non abbia mai avuto modo di partecipare a una missione. Ma, curiosità a parte, ci è parso necessario questo excursus per comprendere meglio il personaggio di cui ci stiamo occupando e la sua opera, la quale, appunto, nasce nel contesto socio-culturale e religioso che abbiamo delineato.
Ma le ragioni dell’approfondimento sono anche altre.
I Missionari dei Sacri Cuori hanno ricevuto questo mandato parti-colare, che si collega certamente ad una antica tradizione della Chiesa, ma che è anche molto attuale. E lo è proprio in quanto centrato sulla predicazione.
Lo è prima di tutto come tecnica comunicativa. Oggi si predica molto da tanti pulpiti: da quello televisivo (il più seguito) a quello del-la stampa. Analizzate un telegiornale o un giornale e troverete poche notizie e molti commenti, molte prese di posizione, molti insegnamen-ti, molti inviti a cambiare registro, giudizio e modo di fare. Molte pre-diche, insomma. I predicatori di ieri sono sostituiti dagli opinionisti di oggi, dai conduttori di dibattiti televisivi, dal giornalisti. Più in genera-le possiamo dire di essere tutti dei predicatori, dal momento che non ci limitiamo più ad esprimere un’opinione, ma pretendiamo che essa venga presa in considerazione e determini un cambiamento. L’indivi-dualismo diffuso obbliga ciascuno a ricercare una sua propria visibili-tà, a organizzarsi un suo proprio pubblico e un suo uditorio fedele. La predicazione non è scomparsa ma si è moltiplicata, è esplosa in una miriade di iniziative, è diffusiva e pervasiva.
In questo eccesso di prediche quelle di chiesa sono le più deserte e squalificate. Un po’ perché i predicatori hanno qualche carenza di tipo comunicativo. Un po’ perché il messaggio religioso si rivolge alla libe-ra scelta di ciascuno e propone un cambiamento. Non è questa la fun-zione delle prediche moderne. Oggi si predica per esibire se stessi e la propria opinione non per dare un contributo al cambiamento sociale, civile o come che sia.
Dal momento che siamo tutti predicatori nessuno vuole più essere seguace o fedele di nessuno: ci è sufficiente seguire noi stessi. Gli in-segnanti non hanno più discepoli ma solo allievi, gente cioè che cresce su stessa, usando qualche concetto o processo acquisito nella scuola.
Per essere fedeli a una setta o alla televisione basta pigiare un bot-tone e starsene comodi in poltrona. Per essere fedeli alla Chiesa, inve-ce, bisogna uscire di casa, uscire da noi stessi, dalla nostra famiglia, dal nostro gruppo sociale, dal nostro paese e andare. Dove? In missio-ne. A fare che cosa? A predicare.
Operazione del tutto inutile, oggi, – si direbbe – dal momento che tutti predicano e tutto il mondo è paese. Se sulla piazza del villaggio globale si affacciano la chiesa, la moschea, la sinagoga, la pagoda, il tempio buddista non occorre andare da nessuna parte. Possiamo crede-re via cavo e praticare la religione in tempo reale. Meglio ancora, pos-siamo essere i missionari di noi stessi.
Viviamo in un mondo fortemente mediatizzato e fortemente predi-cato. Il che ha prodotto tante conseguenze, una delle quali è appunto la scomparsa della parola, il suo svuotamento, il suo uso improprio, spet-tacolare, puramente sonoro. Le prediche correnti non solo non produ-cono conversione, ma nemmeno istruzione.
L’idea di Don Gaetano invece è che si possa predicare per conver-tire e per istruire. Quanto mai attuale e anche provocatoria, se non vo-gliamo nasconderci dietro le parole in libera uscita, che ci volteggiano attorno.
 
 
Il missionario
 
È stato un progetto coltivato a lungo. Gaetano Errico ha elaborato la figura del prete che voleva diventare come quella dell’apostolo iti-nerante, dell’inviato al popolo, inteso come la grande massa dei pove-ri. Il modello che avrebbe voluto realizzare era proprio quello ideato da S. Alfonso per la Congregazione del SS. Redentore. Le circostanze storiche e la Provvidenza gli hanno permesso di inventarne una va-riante molto significativa. Fisicamente era ormai allenato da anni di marce quotidiane e i suoi piedi conoscevano bene la dolcezza e la du-rezza della sua terra.
Ecco il profilo del missionario popolare da lui stesso tracciato:
“Se i Missionari ogni volta che passano e compaiono in mezzo alle, popolazioni, devono essere di somma edificazione a tutti, lo devono essere specialmente in tempo di missione, persuasi che, con l’esempio, fanno quella “predica muta”  che tanto raccomandava S. Francesco, provandosi col fatto ai popoli quanto soave sia il giogo e quanto leg-gero il peso della Divina Legge”.
Il missionario è un lavoratore indefesso, che non deve “stancarsi mai di predicare la divina parola, né tediarsi nel sentire le confessioni, né arrossire nel chiamare i più vili e rozzi peccatori e pregarli, con u-miliazioni, a convertirsi”. Per quale ricompensa? “Maltrattamenti – dice don Gaetano – ingiurie, infamie, battiture e anche la morte”.
I primi seguaci di don Gaetano sono professionisti dell’estremo. Trascinati da lui, che non si concede mai un attimo di pausa, fanno i stagionali dell’evangelizzazione: ogni anno, da novembre a tutto mag-gio, passano di paese in paese, raggiungendo anche i villaggi più sper-duti, con ogni tempo e con ogni mezzo. Veri e propri pionieri di una nuova frontiera dell’evangelizzazione, trascinati per molto tempo dal Fondatore, che ha nel sangue il fuoco della conquista: conquista di nuove terre alla fede e alla civiltà.
I missionari dei Sacri Cuori operano in Campania, Lucania, Basili-cata, Sannio, Molise, Puglie. Aree, a quei tempi molto più di oggi, se-gnate dall’emarginazione economica e culturale, dal persistere di u-n’organizzazione sociale medioevale, chiusa e arroccata in difesa dei privilegi di pochi e nel controllo della disperazione dei molti. E dun-que le Missioni erano proprio la versione genuina di quel “Vangelo predicato ai poveri” voluto da Gesù. 
Ed evangelica è la figura del missionario dei Sacri Cuori, che pati-sce fame, freddo, esclusione, rifiuto, e non interrompe mai il suo anda-re. È emozionante constatare come le cronache delle prime imprese apostoliche dei Missionari dei Sacri Cuori trovino una corrispondenza, quasi letterale, nel discorso apostolico riportato da Matteo:
“Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o vil-laggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì ri-manete fino alla vostra partenza. Entrando nella casa, rivolgetele il sa-luto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi.
Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque pru-denti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
Il fratello darà a morte il fratello e il padre il figlio, e i figli insorge-ranno contro i genitori e li faranno morire. E sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato. Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra; in verità vi dico: non avrete finito di percorrere le città di Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo” (Mt 10, 9-23).
La povertà di Gaetano e dei suoi era palese: durante la missione era ulteriormente esasperata da scarsità di cibo e di sonno, da condizioni di vita dure e disagevoli. L’accoglienza offerta ai missionari poteva ri-servare sorprese di ogni genere: le porte della chiesa chiuse, in pieno inverno e loro a battere i denti in attesa del parroco o del sacrestano; la non disponibilità di alloggi in paese, che li costringe a riprendere la strada e a cercare ospitalità altrove (durante la Missione a Piaggino scoppia la rivoluzione e loro sono costretti a vagare per cinque giorni per la campagna senza un boccone di pane). Evidentemente era diffi-cile programmare gli interventi e poi le autorità civili che avevano il compito di governare anche le attività religiose non sempre erano in grado di assicurare l’ordine.
Ma c’era, soprattutto nel capo spedizione, un evangelico spirito di avventura che aveva ragione di ogni disagio e di ogni rischio: don  ga-etano si accollava i lavori più pesanti, ma non concedeva ai suoi pau-se. L’urgenza della carità, indicata dall’apostolo Paolo, come caratteri-stica del discepolo di Gesù, travolgeva realmente anche lui. E la gente se ne accorgeva  e rimaneva affascinata. Nella divisione dei compiti, teneva per sé la predica dell’Istruzione (un intervento a carattere pre-valentemente catechetico) e affidava ai suoi collaboratori la “predica grande” che era l’intervento più articolato, più emozionale, quello che avrebbe dovuto  produrre persuasione. Ma è lui, con la sua sensibilità comunicativa a controllare la risposta del pubblico. Se non la trova convincente prende la situazione in mano, sale sul pulpito e piazza, a sorpresa, qualcuno dei suoi interrogativi provocatori, tipo: “E allora, vogliamo andare all’inferno?”.
C’era poi una forma di rappresentazione, fortemente drammatizza-ta, che faceva parte della missione popolare. I missionari, per spronare il popolo alla conversione, decidevano spesso di comparire in pubbli-co cinti di fune, coronati di spine. A volte si flagellavano, altre volte strascicavano sul pavimento la lingua per riparare appunto i peccati di lingua.
Una drammatizzazione della penitenza di grande impatto emotivo che doveva portare la gente alla conversione. Ma anche una efficace interpretazione del peccato come dramma che intacca i rapporti uomo-Dio, uomo-uomo e uomo-mondo.
Siamo lontani dal peccato stile telenovela di televisiva estrazione. Ma siamo anche lontani dall’indifferenza cinica per il Male, su cui la nostra cultura si sta appiattendo non avendo ormai strumenti per ela-borarlo. Lo esorcizza, curiosamente, con ricorsi a interventi magico sacrali (cartomanzia, astrologia) o con evasioni esoteriche oppure lo nega. Don Gaetano e i suoi lo affrontano direttamente: con le prediche raccontano la natura e gli effetti del peccato, con la drammatizzazione della penitenza propongono i mezzi per vincerlo.
Una penitenza così granguignolesca ci impressiona. Stranamente, non ci impressionano più il sangue e la violenza dei delitti raccontati in Tv, descritti sui giornali, discussi dagli esperti. Ci siamo inventati degli eufemismi, come quello della guerra umanitaria, pur di attribuire una qualche eleganza alla nostra feroce coazione a distruggere. Di fronte a questi preti che si flagellano a sangue, in pubblico, rischiamo di ricorrere a categorie come quella del fondamentalismo, della psicosi o della paranoia religiosa. E invece sono categorie che non funziona-no, se si vogliono analizzare bene i fatti.
La genuinità, la sincerità, la comunicazione cruda forse ma chiara e diretta, della Missione popolare, praticata da don Gaetano e dai suoi, hanno questo di eccezionale: che non dimenticano mai la misericordia. La missione popolare è una grande celebrazione della misericordia, e nasce dalla pietà. Misericordia e pietà sono estranei al fondamentali-smo come alla patologia religiosa. Sono le componenti strutturali di quell’universale bisogno di salvezza, da cui ha origine la religione in genere e quella rivelata in specie. Misericordia e pietà derivano dal senso del limite e dalla capacità di superarlo non dal delirio di condi-videre l’onnipotenza di Dio. Se in esse c’è qualche cosa di divino da condividere, esso è l’amore.
In realtà, è proprio l’assenza di misericordia e di pietà, registrata nel nostro deficit culturale, la madre di tutte le violenze e di tutti i fonda-mentalismi cui stiamo assistendo. E questo assenza ci rende impossi-bile affrontare il problema del Male e delle sue manifestazioni in ter-mini di liberazione. Senza pietà e senza misericordia siamo costretti a fare i conti soltanto con il nostro orrore.
 
 
Il bello della missione
 
C’è un florilegio di episodi che ci è pervenuto e rende bene gli inizi avventurosi della Congregazione dei Sacri Cuori.
Doveva essere il 1834 e don Gaetano e i suoi sono invitati a predi-care missioni popolari nella diocesi di Marsico e Potenza. A conclu-sione della missione di Marsico Vetere affari urgenti lo chiamano a Secondigliano. Lascia i confratelli e a dorso di mulo si dirige verso Sala Consilina. È inverno. La bufera di neve coglie lui e il suo accom-pagnatore a cinque chilometri dal paese. Il mulo  si imbizzarrisce e non intende proseguire. L’accompagnatore è terrorizzato: non c’erano strade degne di questo nome e la situazione era oggettivamente ri-schiosa.
Don Gaetano affida l’animale al suo accompagnatore e si mette die-tro ai due. Avanzano nella tormenta, immersi nella neve fino alla cin-tola. Quando entrano, bagnati e stremati, in Sala Consilina, si dirigono verso la chiesa e i preti del posto, cui ovviamente il piacere di vederlo ha fatto perdere il senso della realtà, lo invitano a rivolgere una buona parola alla gente. E lui accetta e parla e si prende un guaio alla gamba destra che non lo abbandonerà fino alla morte.
A Marano, un avvocato, lo sfida a convertire il peggior lazzarone del paese. Il manigoldo fa l’imprudenza di andare a curiosare in chie-sa, perché tutti dicono che è arrivato un santo. Ascolta la prima predi-ca che lo mette a soqquadro, ritorna per una seconda predica e ci ri-mane: convertito, cambia vita.
L’ultimo giorno, come da tradizione, si fa la processione con il San-tissimo. Il tempo si mette di mezzo e si carica di tempesta. Prudenza vuole che si rinunci. La gente cerca riparo. Ma don Gaetano blocca la  ritirata: ordina di entrare nella vicina chiesa dell’Annunziata per la be-nedizione e assicura che si potrà proseguire. Cantato il Tantum ergo e data la benedizione, torna il sole.
A Ponticelli disarma con una sua predica una banda di ragazzotti che avevano deciso di mandare a monte la missione. La gente lo guar-da con il cuore in gola. A lui si rivolge un prossimo papà che non rie-sce a diventare tale perché sua moglie è da tre giorni in travaglio e non ce la fa a partorire. Quando si dice la medicina! Il poveretto chiede a don Gaetano di pregare. Ma don Gaetano lo spedisce a casa: C’è una bambina che ti aspetta, corri subito.
La partecipazione del Fondatore alle Missioni anno dopo anno di-minuisce, per ovvi motivi: deve badare al governo della Congregazio-ne e poi si ammala. È dura camminare per una vita e poi vederti pro-gressivamente sottratta la strada. E allora deve partecipare come può.
Quando la spedizione missionaria si forma a Secondigliano è lui a dare il saluto ai missionari in partenza:
“Andate, con la benedizione del Cielo. Io non posso accompagnar-vi; ma, invidiando la vostra sorte, rimarrò qui a  pregare per voi e per i popoli ai quali annunzierete la divina parola, affinché ne traggano ab-bondante profitto. Lavorate per la gloria di Dio e la conversione della anime, senza risparmiarvi, con ogni sacrificio, felici se arriverete a to-gliere anche un solo peccato mortale, che è offesa infinita di Dio, per-ché avete fatto un gran bene”.
Il commiato ricorrente che rivolge ai partenti, presso la carrozza su cui salgono, ci rivela che don Gaetano ha elaborato anche una sua e-stetica della missione: “Come sono belli i piedi di coloro che evange-lizzano la pace, evangelizzano il bene”. C’è la magia del viaggio, il fa-scino di una parola che viene da lontano sulle ali degli angeli e il grande sogno della pace universale, del bene che vince sul male.
Si è insistito molto sulla teologia della missione, sulla strategia missionaria, sulla competenza missionaria, sulla spiritualità missiona-ria. Ma forse si è dimenticato una dimensione che nel Vangelo è molto presente, cioè quella estetica. C’è una estetica missionaria: si pensi alle parabole, si pensi al modo di raccontare la natura di Gesù, si pensi ai luoghi da lui prescelti per gli annunci più strepitosi. Per non dire di quei piedi scalzi e di quella tunica che non poteva essere che rossa, perché rivestiva il più “bello dei figli dell’uomo”. Se il cristianesimo ha alimentato così tanta arte è perché il bello gli è connaturato.
Don Gaetano aveva  sicuramente, stando alla descrizione dei bio-grafi, il phisique du rôle del trascinatore di folle e la gente ne subiva il fascino straordinario. Aveva soprattutto, e lo faceva trasparire, l’espe-rienza della straordinaria bellezza della fede. I commenti che riscuote-va quando passava in mezzo alla gente, a volerli tradurre opportuna-mente, sono quelli tipici che riscuote un innamorato. E lui era innamo-rato del suo Dio.
Ed è frutto di questo innamoramento l’idea sempre coltivata di e-stendere la missione anche fuori d’Italia. Tant’è che chiede subito l’ag-gregazione a Propaganda Fide della sua Congregazione. Coltiva il suo sogno con grande passione e quando da Roma gli propongono una missione importante nel regno di Angola e Congo, coinvolge tutta la sua comunità. L’entusiasmo è alle stelle e le adesioni sono numerose. Solo che ritiene che i tempi non siamo maturi per un’impresa del gene-re: spera di organizzare le cose in modo tale da poter affidare ad altri la gestione della Congregazione in Italia e di andarsene tra gli “infede-li” a capo di una sua spedizione.
Garibaldi, l’eroe dei due mondi, che pensava si potesse imporre la libertà con la spada contribuendo ben poco alla reale liberazione dei popoli più poveri, in nome di non si sa quale spirito libertario decreta la soppressione delle corporazioni religiose. È il 1860 e manca poco alla dipartita definitiva di don Gaetano. I suoi figli sono spaventati e intavolano con lui un dialogo di una grande bellezza e intensità.
– Superiore, che ne sarà di noi se sarà soppressa la Congregazione e ci scacceranno dalle nostre case come hanno fatto con i Gesuiti e i Re-dentoristi?
– Confidiamo in Dio ed egli ci aiuterà. Se ci scacceranno dalle nostre case, andremo altrove. Io mi presenterò al S. Padre e gli chiederò il permesso di recarmi in Turchia o in Cina per predicare agli infedeli e sono sicuro che i miei veri figli mi seguiranno
– Ma come faremo senza avere i mezzi sufficienti?
– A noi basteranno un crocifisso, un breviario e una camicia E se non avremo neppure questa, penserà Dio a tutto. Vi assicuro che ivi stare-mo meglio, guadagneremo anime a Dio, fonderemo Case e Collegi e tutto riuscirà per la gloria di Dio.
– Ma come potranno comprenderci quelle popolazioni se ignoriamo la loro lingua?
– Il Signore ci aprirà egli stesso la bocca ed essi ci  intenderanno. E poi non dobbiamo sgomentarci per la lingua, abbiamo l’esempio di tanti secondiglianesi che girano quasi tutta l’Europa, per commercio, e non trovano difficoltà a farsi capire, anche se conoscono a stento il dialetto.
Non ho modo di controllare quanto sia storicamente documentato questo dialogo ma è certo che chi lo ha imbastito ha una straordinaria abilità a rendere quello che sicuramente era lo spirito di don Gaetano e il fascino che esercitava sui suoi figli.
E poi c’è quella notazione finale sulla vocazione universale del dia-letto (meglio lingua?) napoletano. Una cultura che è capace di diffon-dere il tutto il mondo la pizza e la gioia di vivere può benissimo eleva-re la sua lingua al ruolo di lingua missionaria. Di lingua evangelica.
Don Gaetano non ci mette nulla a crederlo.